di Simone Marrucci
L’estate 2026 si è chiusa con l’annuncio di un altro record: oltre 276 milioni di presenze turistiche in Italia, tra giugno e agosto, circa cinque milioni e mezzo di pernottamenti in più dell’anno scorso (fonte: Ministero del Turismo). A cascata, ogni territorio comunica la propria crescita come se il suo valore coincidesse con il numero delle persone attirate. Il linguaggio si è aggiornato – qualità, destagionalizzazione, sostenibilità – ma il metro è rimasto lo stesso: il flusso. Con questo criterio anche un centro storico assomiglia a uno svincolo: alla lettera. Uno studio cartografico di alcuni anni fa dimostrava che le dimensioni del centro storico di Siena e quelle un gigantesco interchange di Houston erano identiche. Nello spazio occupato a Houston da rampe e raccordi autostradali, Siena tiene insieme case, botteghe, chiese, scuole, piazze, istituzioni e diciassette Contrade. Lo svincolo permette alle automobili di cambiare direzione senza fermarsi e senza incontrarsi. Siena fa l’opposto, almeno in teoria, visto che i flussi turistici giornalieri sono solo un’altra forma di passaggio, sia pure pedonale.
La curiosità delle dimensioni, rimanda alla solita retorica del “gigantismo” americano, o quella del “piccolo è bello”. Ma la grandezza di un luogo si misura in tanti modi: ad esempio, dalle funzioni che conserva. Visto così, lo svincolo occupa lo spazio di una città per fare una cosa sola. Siena, nella stessa superficie, ha costruito una banca e un ospedale entrati nella storia europea, una scuola pittorica che ha segnato l’arte occidentale, dato i natali a grandi personaggi, a una notevole produzione culturale, grazie anche a due università, associazioni e istituzioni conosciute ben oltre i suoi confini. Le Contrade restano, da un certo punto di vista, forse la sua creazione più rilevante: il cuore di un’umanità che si incontra, non che si evita rimanendo nella propria auto. La chiusura del centro alle automobili, avviata fra il 1962 e il 1965, fu una scelta di questa natura: Siena stabilì che lo spazio condiviso valeva più della comodità di attraversarlo, vent’anni prima che la pedonalizzazione diventasse una politica urbana. Pur senza aeroporto, autostrada o grande polo industriale, e nonostante la ferita della Banca, nel 2025 la provincia è risultata la prima della Toscana nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, mentre la città conserva il reddito medio dichiarato più alto fra quelli toscani. Neppure questi dati rassicuranti riescono, tuttavia, a garantire che i residenti vivano effettivamente in centro, che le botteghe sopravvivano, che il lavoro sia qualificato e che il reddito rimanga sul territorio.
Arrivi e presenze misurano il turismo, non la salute di una città. Sono un contachilometri, non una bussola. Il problema non è contare chi arriva, ma farne l’unica cosa che conta e dimenticare ciò che resta. Se la gara è quella dei flussi, Siena rischia di deformarsi per adattarsi all’indicatore. La storia del vino lo mostra bene. Nel 1933 nacque qui la Mostra mercato dei vini tipici d’Italia, sulla spinta dell’Enoteca Italiana. Quando il modello divenne quello della grande fiera commerciale, ebbero la meglio le città con padiglioni, collegamenti e parcheggi. Non per superiorità culturale: l’economia dei grandi numeri premia il contenitore, non i contenuti. La stessa contraddizione si ritrova nell’abitare. Tra il 2019 e il 2025 le locazioni turistiche registrate nel Comune sono passate da 389 a 991. Le statistiche crescono, mentre la città si restringe: perde abitanti, ma anche attività e luoghi nei quali si forma una decisione collettiva. Alla logica dei flussi, occorre contrapporre la produzione culturale. Ciò non significa aumentare l’intrattenimento per stimolare ancora una volta flussi di turisti ma, al contrario, usare l’eredità ricevuta per creare conoscenza, lavoro, arti e mestieri.
Una città viva non espone il proprio passato come un fondale: continua a trasformarlo. Ed è attrattiva proprio perché non si lascia interamente allestire per chi la visita. Niente di nuovo. Il Costituto del Comune di Siena, del 1309-1310, prescriveva a chi governava di avere a cuore «massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini». Il forestiero era desiderato e accolto, ma non era il committente o l’unico riferimento: godeva di una bellezza custodita anzitutto per la comunità, era ospite di una città costruita per chi la abitava. Settecento anni dopo, il turismo dei record ha rovesciato questo ordine: la bellezza sembra valere perché attira visitatori, mentre gli abitanti diventano comparse. Questo non accade per il Palio ma, ad esempio, per quelle rievocazioni che trasformano la memoria in prodotto. Tra l’altro, una tale trasformazione sociale non è nemmeno utile, alla lunga: una città che vive soprattutto per essere visitata finisce per consumare ciò che la rende desiderabile. A fine stagione dovremmo allora domandarci, pertanto, quali opere e saperi, quali possibilità di lavoro, quali spazi restituiti alla vita comune, quanta bellezza sono stati prodotti, in più, rispetto all’anno precedente. Quanto alla promozione e alle statistiche, queste restano utili, ma dentro una gestione politica e un indirizzo strategico: altrimenti l’indicatore diventa il risultato e il marketing impone che cosa la città debba essere. Siena non è uno svincolo. È una città che non vale per quante persone riesce a far passare, ma per la qualità della vita che rende possibile a chi la abita e per l’opportunità, che concede, di concorrere a ciò che diventerà.
