In Italia esistono 409 centri antiviolenza. Ma è decisiva l'educazione affettiva e sessuale nelle scuole

A chi ci possiamo rivolgere, se in Italia contiamo un centro antiviolenza ogni 71 mila donne? L'ultima speranza arriva dal popolo, con le 500mila firme raggiunte per il referendum "sì all'educazione affettiva e sessuale nelle scuole".

Fonte: ilsole24ore.com
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16 Settembre 2026 - 15.29 Culture


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di Giada Zona

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In Italia si contano 409 centriantiviolenza attivi: uno ogni 71 mila donne. Sono questi i numeri forniti da Istat. La domanda sorge spontanea: dove possono rivolgersi le donne vittime di violenza, specialmente in un Paese che affonda continuamente la parità di genere?

L’ultima speranza sembra invece arrivare dal popolo con il “referendum sì all’educazione affettiva e sessuale nelle scuole” che ha superato le 500mila firme necessarie in sole cinque settimane. E’ la dimostrazione di un popolo che richiede la sconfitta del patriarcato a partire dalle aule scolastiche, nei luoghi del sapere e della formazione personale, dove bambini e adolescenti possano essere educati al rispetto. Ma educazione sessuo-affettiva è anche consapevolezza, crescita, emozioni, corpo, sessualità. E’ anche abbattere i tabù per rendere una società libera nel linguaggio e consapevole delle attuali dinamiche socio-culturali, al fine di contrastarle.

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Attualmente gli studenti, per assistere a tali incontri, devono avere il consenso dei genitori. L’attuale legge è infatti il sintomo della rottura di un patto di fiducia tra la scuola e le famiglie. Genitori scettici verso l’istruzione pubblica puntano il dito contro un’educazione che dovrebbe restare una prerogativa esclusiva della famiglia. E su questo la politica di destra gioca molto, come suggeriscono le dichiarazioni del leghista Rossano Sasso che ha definito il ddl Valditara come un modo per vietare l’introduzione di ideologie di sinistra, oltre a “drag queen e porno attori”. Se la comunicazione politica dell’attuale governo si concentra su falsità e diffonde solamente propaganda, non potremmo di certo aspettarci che la parità di genere arrivi da loro.

Il governo Meloni ha continuamente ostacolato l’abbattimento del patriarcato. Il 19 novembre 2025 la Camera ha approvato un disegno di legge sulla violenza sessuale con la definizione di reato come fatto compiuto “senza il consenso libero attuale”. Pochi mesi dopo la Presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, decide di riformulare la violenza sessuale dalla mancanza del consenso a un reato definito “contro la volontà della persona”. Passare dal “consenso” al “dissenso”, suggeriscono movimenti femministi, è il sintomo di passi indietro verso il raggiungimento della parità di genere.

Il nuovo testo aggiunge che il dissenso deve essere verificato “tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”, come se fosse necessaria un’interpretazione o un’ulteriore verifica quando una donna subisce una violenza. A questo il testo aggiunge una differenziazione delle pene in base al reato commesso, ipotizzando così una gerarchia delle violenze. Queste leggi non fanno altro che mettere la donna in una posizione di precarietà, aumentando il senso di solitudine, di fronte ad un sistema che richiede conferme delle violenze subite.

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Questo ha certamente scatenato diverse critiche, in quanto tende a dare maggiori responsabilità alla donna di fronte ad un abuso, come se un “no” implicito valesse meno di un “no” esplicito. “Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere: è un diritto, è autodeterminazione, è libertà. Ogni tentativo di indebolirne il significato produce arretramenti gravi nella tutela delle donne e delle soggettività più esposte alla violenza”, ha dichiarato Cristina Carelli, presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. E’ in questo contesto che un sostegno economico è necessario ma non basta. 

Se le stesse istituzioni non tutelano le donne, come possiamo aspettarci che la nostra cultura si sradichi dal patriarcato? Si discute infatti di “vittimizzazione istituzionale” quando la donna riceve una doppia violenza: una dall’uomo e l’altra dallo Stato. Voci raccolte da L’Espresso dimostrano che le donne dopo aver subito una violenza non si sentono protette dalle istituzioni. 

In un Paese dove l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole viene paragonata ad un atto di indottrinamento ideologico, il patriarcato è reso una questione marginale, da silenziare. Noi dobbiamo invece parlarne e sconfiggerlo. Il risultato raggiunto dal referendum suggerisce che il popolo l’ha capito, sostenendo che bisogna ripartire dall’educazione.

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