Mps: le lusinghe di Carlo Cimbri ma a decidere saranno gli azionisti della banca senese

Mentre Unipol prova a rassicurare Siena su sede e occupazione per spingere l'offerta di Intesa Sanpaolo, Luigi Lovaglio tenta di convincere i grandi fondi a sostenere il suo piano alternativo: l'acquisizione di Banca Generali per fondare un polo autonomo da 55 miliardi.

Mps: le lusinghe di Carlo Cimbri ma a decidere saranno gli azionisti della banca senese
Un documento del 1624 del Monte non vacabile dei Paschi di Siena
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

30 Agosto 2026 - 15.05


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di Pino Di Blasio

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Come in ogni risiko che si rispetti è arrivato il momento in cui ogni giocatore piazza i suoi carrarmatini e muove verso la conquista di territori. La partita del Monte dei Paschi e sul Monte dei Paschi vede Siena e Rocca Salimbeni giocare il doppio ruolo di conquistatore e terreno di conquista. Per gli altri player c’è un solo ruolo, cosa molto più semplice. Dopo un’estate torrida e ricca di colpi di scena, qual è lo scenario che si profila in vista delle scadenze di settembre e ottobre? Partiamo dall’oggetto del contendere, il Monte. In queste settimane l’ad Luigi Lovaglio, con l’aiuto del Governo Meloni e del trio istituzionale Regione, Provincia, Comune, è riuscito a far passare il concetto fondamentale che l’opas di Intesa Sanpaolo, con l’appoggio di Unipol, mira alla frammentazione del Monte dei Paschi, se non alla sua dissoluzione nella prima versione dell’offerta. Ed è un colpo alla libera concorrenza, un limite all’accesso al credito per imprese e territori, una concentrazione di potere finanziario nel Nord Italia, con la sparizione dell’unico centro decisionale bancario a sud di Bologna. Se il Monte viene spezzettato nell’Opas Intesa-Unipol, non resterà nessun quartier generale finanziario di livello in due terzi d’Italia, dal Reno fino a Capo Passero.

Questo il motivo per cui, soprattutto la premier Giorgia Meloni, tutti si oppongono allo spezzatino e alla cancellazione dell’identità e dello smembramento del Monte. Il grido di dolore del governatore Giani, della sindaca Fabio e della presidente Carletti, hanno aggiunto linfa alla tesi del Governo, sostenuta anche dal ministro dell’Economia Giorgetti. Questo spiega l’intervista a Carlo Cimbri, dominus di Unipol e finora alleato silenzioso di Carlo Messina nella scalata a Mps-Mediobanca, sul Sole 24 ore, con le garanzie, non troppo solide ad essere sinceri, sulla permanenza del quartier generale a Siena del terzo polo bancario e il mantenimento del marchio Monte dei Paschi di Siena, anche se con meno di metà degli sportelli della banca. Prima del 10 settembre, giorno dell’assemblea degli azionisti di Intesa chiamata a definire i dettagli dell’offerta pubblica di scambio e acquisto, arriveranno sicuramente altre garanzie per Siena e la Toscana. Carlo Messina prometterà sostegno ai progetti del territorio, finanzierà recuperi edilizi, master universitari, forse anche i nuovi costumi del Palio pur di ingraziarsi Siena e garantire che nessuno resterà indietro o sarà abbandonato. 

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Le aperture di Cimbri hanno avuto come effetto le crepe alla strategia unitaria istituzionale. Il governatore Giani le ha definite una base promettente, auspicando poi una bislacca ricapitalizzazione della Fondazione, da finanziare forse con i soldi che prometterà Intesa ma che saranno briciole rispetto ai fasi del passato. E la stessa cosa è successa in seno al Pd nazionale. Che non vedeva l’ora di trovare un possibile filo che unisse Bologna e Siena, visto che lo stato maggiore del Pd, da Elly Schlein a Stefano Bonaccini, è per natura più affine a Unipol che a un Monte risanato sotto il Governo Meloni. Non a caso Bonaccini ad Abbadia ha ricordato, senza sapere cosa era successo all’epoca, il presunto ‘tradimento’ del Monte dei Paschi nei confronti dell’Unipol di Consorte-Stefanini, ai tempi del famigerato ‘Abbiamo una banca’ e della fallita scalata a Bnl. Ora i ‘trattativisti’ pensano a come aumentare la dote di sportelli del Monte da girare a Unipol-Bper, illudendosi di ‘strapparne’ altri 300 a Messina per dare un po’ più di sostanza al secondo-terzo polo che dovrebbe conservare il nome Monte dei Paschi di Siena, e restare a Siena, forse per qualche anno al massimo. Anche perché Cimbri, che dovrà accollarsi la maggior parte del personale del Monte, compresi i 2.500 dipendenti delle 7 direzioni generali, ha promesso anche una sede strategica a Roma, strizzando l’occhio alla premier e all’alleato forte in campo avverso, Francesco Gaetano Caltagirone.

Se le cose andranno così, se Intesa Sanpaolo si accontenterà di una manciata di sportelli, l’essenza dell’Opas sarà ancora più evidente. Carlo Messina vuole Mediobanca, del resto del Monte non sa che farsene, Widiba compresa, visto che ha Isybank. Ed è pronto a pagare 35 miliardi per una cosa che Lovaglio ha pagato 17 miliardi solo pochi mesi fa. Non un grande affare per quello che si ritiene essere il miglior banchiere italiano di tutti i tempi, solo una prova di forza arrogante. 

Quale sarà la reazione di Siena, di Lovaglio, del Monte dei Paschi? Sfrondando il campo da interferenze politiche, che non hanno molto peso a dir la verità, eccettuate quelle del Governo, toccherà agli azionisti di Rocca Salimbeni scegliere cosa sarà del Monte. Dando per perso il 12% del gruppo Caltagirone, alleato e ispiratore di Intesa sin dall’inizio, e dando per neutrale il 4,8% del Governo, restano le scelte di Delfin e dei grandi fondi di investimento, da BlackRock a Vanguard passando per Norges Bank, le mosse cruciali per decidere se Messina avrà vinto o perso la sua battaglia.

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Per questo Lovaglio volerà a New York e negli States per incontrare i vertici dei fondi e provare a convincerli che è meglio non vendere a Intesa Sp, ma continuare a credere nel Monte dei Paschi terzo polo. Il suo controprogetto di doppia offerta su Banca Generali e Banco Bpm, per creare una holding bancaria da 80 miliardi, non è per niente facile da realizzare. Credit Agricole, azionista forte di Banco Bpm, con il 29,9%, e Giuseppe Castagna, ad del Banco, non sembrano attratti dal progetto. Lovaglio però può convincere i fondi e Delfin a sostenere l’idea di un Monte dei Paschi più solido con l’acquisizione di Banca Generali, che consentirà un’alleanza con il Leone di Trieste, un patto di bankassurance di primissimo livello e un terzo gruppo bancario italiano da 55 miliardi, più o meno. Ridotto rispetto al progetto principale, ma con un’altra caratteristica fondamentale. Quel 13,3% di Generali che è nella cassaforte di Mediobanca sparirà dal bottino degli aspiranti conquistatori, perché dovrebbe essere ripartito tra gli azionisti del Monte come dividendo straordinario (il 4,5%), mentre il restante 8,8% sarà usato per finanziare l’Opas su Banca Generali. Se questa contromossa riuscirà, Carlo Messina non sarà affatto contento, perché si vedrà sfilare da sotto il naso il gioiello più sfavillante della corona che vuole conquistare.

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