Clima, finanza, migrazioni. Le previsioni delle Cassandre e il conto alla rovescia che abbiamo ignorato

Clima, finanza, migrazioni. Tre allarmi lanciati tra gli anni Settanta e Ottanta hanno trovato una conferma. Non tutto era scritto, naturalmente. Ma molte delle crisi che viviamo come improvvise erano state annunciate molto tempo fa. E quando il futuro è arrivato lo abbiamo chiamato «emergenza».

Clima, finanza, migrazioni. Le previsioni delle Cassandre e il conto alla rovescia che abbiamo ignorato
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

30 Agosto 2026 - 10.15


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C’è una domanda che mi pongo guardando gli ultimi vent’anni di crisi globali: quanto di ciò che abbiamo vissuto come “emergenza improvvisa” era, in realtà, già scritto?

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Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, tre ambiti del sapere – la climatologia, l’economia politica e gli studi sullo sviluppo – lanciarono allarmi che oggi, letti a posteriori, colpiscono per la loro capacità di indicare problemi destinati a diventare centrali nei decenni successivi. E colpisce la data di scadenza: quaranta anni, né uno di più né uno di meno, tra il monito e la sua realizzazione.

Il primo riguarda il clima. Già nel 1979 il Charney Report, elaborato da un gruppo di scienziati per la National Academy of Sciences americana, mise a fuoco il rapporto tra l’aumento della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera e il riscaldamento globale. I primi modelli climatici disponibili indicavano già allora una direzione precisa: continuando a utilizzare combustibili fossili, il riscaldamento del pianeta sarebbe diventato sempre più evidente nel corso dei decenni successivi. Non era una profezia. Era un modello scientifico. E la sua indicazione fondamentale si è rivelata corretta.

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Il secondo riguarda la finanza. Gli anni Ottanta furono quelli della grande deregolamentazione: la progressiva dissoluzione dei vincoli dell’ordine economico costruito a Bretton Woods nel 1944, la rivoluzione economica di Reagan e Thatcher e, più avanti, l’abolizione negli Stati Uniti del Glass-Steagall Act, che dal 1933 aveva separato le attività delle banche commerciali da quelle delle banche d’investimento. Economisti e studiosi critici misero in guardia contro una finanza sempre più libera dai vincoli e sempre più orientata al profitto nel breve periodo. Furono spesso trattati come Cassandre, ma loro non erano figure mitologiche, erano scienziati. Poi arrivò il 2008. La crisi finanziaria globale mostrò quanto fosse fragile un sistema nel quale l’espansione della finanza aveva preceduto e in parte sostituito il controllo dei rischi.

Il terzo riguarda le migrazioni. Il Rapporto Nord-Sud del 1980 sottolineava come l’enorme squilibrio economico tra Nord e Sud del mondo, in assenza di investimenti strutturali nei Paesi più poveri, avrebbe alimentato tensioni e spostamenti di popolazione. Le grandi crisi migratorie che hanno interessato il Mediterraneo e, in forme diverse, le Americhe soprattutto dal decennio 2010 in poi hanno riportato quella previsione al centro del dibattito.

Tre storie diverse, dunque, ma con un tratto comune: la difficoltà delle società contemporanee a prendere sul serio gli avvertimenti quando le conseguenze sono ancora lontane.

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È qui che il filo si fa interessante. La finanziarizzazione dell’economia, la crescita fondata sull’uso intensivo delle risorse e dei combustibili fossili e l’incapacità di ridurre le profonde disuguaglianze tra aree del mondo appartengono a una stessa stagione storica. Non sono però fenomeni sovrapponibili, né producono automaticamente l’uno l’altro. Per questo è meglio evitare una lettura troppo semplice, nella quale finanza, clima e migrazioni diventano anelli di una sola catena causale. Le migrazioni, per esempio, dipendono anche da guerre, persecuzioni e crisi politiche; la transizione energetica è stata rallentata anche dalla difficoltà di disporre, per lungo tempo, di alternative tecnologiche ed economicamente competitive ai combustibili fossili.

E tuttavia una cosa colpisce. Negli anni Ottanta e Novanta prevaleva l’idea che il mercato e la globalizzazione avrebbero progressivamente risolto da soli molte delle contraddizioni del sistema. Il futuro sembrava essere soprattutto una questione di crescita. Regole, pianificazione pubblica e intervento dello Stato apparivano spesso come residui di un passato da superare. Poi, tra il 2000 e il 2020, le crisi hanno cominciato ad arrivare una dopo l’altra: finanziaria, climatica, migratoria, sanitaria, energetica. E molte delle soluzioni oggi tornate al centro del dibattito — regolamentazione, investimenti pubblici, politiche industriali, transizione energetica, cooperazione internazionale — assomigliano sorprendentemente a quelle che per decenni erano state considerate incompatibili con il funzionamento spontaneo del mercato.

Quarant’anni dopo c’è però un’insidia nella tentazione di leggere tutto questo come una sequenza perfetta di profezie avverate.I quarant’anni tra l’allarme e la crisi sono una suggestione, non una legge della storia. Negli stessi decenni furono formulati molti altri scenari catastrofici che non si realizzarono nei tempi previsti. La «bomba demografica», per esempio, annunciava carestie di massa che non si verificarono nelle forme e nei tempi ipotizzati; alcune previsioni sull’esaurimento delle risorse naturali formulate sulla scia del Club di Roma furono attenuate o smentite dall’innovazione tecnologica e dalla scoperta di nuove risorse. Anche le date, osservate da vicino, sono meno precise di quanto sembri. La crisi migratoria diventa particolarmente evidente nel 2015, con la guerra in Siria e l’arrivo in Europa di grandi flussi di profughi, non semplicemente «quarant’anni dopo» il 1980. E il dibattito scientifico sul clima degli anni Settanta era più articolato di quanto una ricostruzione a posteriori possa far pensare.

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Il rischio, dunque, è quello del senno di poi: scegliere gli allarmi che si sono rivelati corretti e dimenticare quelli che hanno fallito. Ma proprio questa cautela rende, a mio avviso, ancora più interessante la domanda iniziale. Il problema non è prevedere il futuro e la lezione non è che negli anni Settanta qualcuno avesse già previsto esattamente il mondo nel quale viviamo oggi: la storia non è una disciplina che fa previsioni, analizza i fenomeni nel tempo. E una previsione scientifica non è una profezia: indica possibilità, probabilità, tendenze. E proprio perché non offre certezze assolute, lascia spazio alla politica. Si può intervenire, correggere la rotta, cambiare le condizioni iniziali. È questa, forse, la vera funzione delle Cassandre del nostro tempo, che non avevano necessariamente previsto il futuro ma ci avevano avvertito che il futuro dipendeva anche dalle nostre decisioni.

La lezione è che gli strumenti per capire la direzione di molti cambiamenti esistono, esistevano. Ma quando il futuro è arrivato, troppe volte lo abbiamo chiamato «emergenza».

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