Abbadia Isola, dove il museo smette di essere una vetrina

Il MaM di Monteriggioni entra nella parte alta della graduatoria toscana, tra i musei eccellenti. Non è un caso; è il segno che un modo diverso di fare museo funziona

Abbadia Isola, dove il museo smette di essere una vetrina
Nuova ipotesi ricostruttiva su Abbadia Isola nel XIII secolo in base ai nuovi scavi (InkLink Musei)
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

28 Agosto 2026 - 18.34


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Il sabato mattina, ad Abbadia Isola, nelle sale del museo si incontrano persone con Alzheimer accompagnate dai familiari. Non è una giornata a tema; rientra invece nel calendario ordinario di un museo archeologico che tre anni fa ha deciso di non somigliare a un magazzino ordinato di oggetti antichi. Su quel calendario si misura il risultato appena arrivato dalla Regione. Il MaM – Museo archeologico di Monteriggioni entra nella fascia alta della graduatoria di merito dei musei ed ecomusei di rilevanza regionale: quindicesimo su 121 strutture riconosciute in Toscana, 74 punti e due posizioni guadagnate dalla precedente valutazione.

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Conviene dire subito che cosa misura quella graduatoria. Non i metri quadrati né la fama delle collezioni, bensì come un museo funziona davvero: quanti giorni resta aperto, chi ci lavora e con quale formazione, se cataloga i propri materiali, se è accessibile, se fa educazione, se produce ricerca e sa restituirla. Sono i terreni su cui molti musei civici cedono da decenni; infatti aprono a intermittenza, vivono talvolta di volontariato, espongono ciò che il territorio ha restituito senza possedere gli strumenti per interpretarlo.

Il MaM è nato nel luglio 2023 in due sale dell’antico monastero benedettino sulla Francigena, con risorse iniziali modeste, e oggi si trova accanto a istituzioni sostenute da fondazioni strutturate, città capoluogo, reti culturali con bilanci incomparabili. Il vantaggio non risiede nel denaro; è stato avere un’idea chiara di che cosa deve fare un museo.

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Tre scelte lo spiegano.

La prima è la scala del racconto. Il MaM non illustra un monumento; narra un territorio nella sua lunga durata, dalla preistoria al paesaggio che vediamo oggi, e lo fa a rovescio, risalendo il tempo invece di discenderlo. Insediamenti, acque, produzioni, strade, comunità, la Val d’Elsa come organismo vivo, non come contenitore di reperti sparsi.

La seconda è l’assenza di confini fra interno ed esterno. L’esposizione comincia prima della biglietteria; il complesso monumentale nel suo insieme, il chiostro restaurato, la necropoli tardomedievale visibile, piazza Gino Strada e l’area retrostante l’abbazia, dove la ricerca ha riconosciuto la cinta originaria dell’abbazia, un’abitazione di XIV secolo ma anche gli antichi approdi sul lago-palude prosciugato solo all’inizio dell’Ottocento. L’abbazia spiega il museo e il museo spiega l’abbazia; cade così la frattura che ha reso invisibili decine di piccoli musei, sale chiuse dentro luoghi che non le sentono proprie.

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La terza è la più radicale; il MaM produce la conoscenza che espone. Da tre anni coordina con l’Università dell’Aquila lo scavo della necropoli del Casone; mentre le ricostruzioni dell’abbazia nel XII secolo sono state riscritte alla luce degli ultimi dati archeologici ottenuti da restauri e ripavimentazioni svolte dal Comune. Un museo che scava e riscrive i propri apparati non può invecchiare. Qui sta la lezione che Abbadia Isola offre a chiunque progetti musei oggi.

Ricostruzione degli approdi sul lago-palude rinvenuti nei recenti scavi (InkLink Musei)

Il modello novecentesco immaginava l’allestimento come opera compiuta; si investe una volta, si inaugura, si spera che regga vent’anni. Poi la ricerca avanza, il linguaggio invecchia, i pannelli restano al loro posto e l’unico orizzonte diventa la caccia a un nuovo finanziamento straordinario.

L’impostazione alternativa ribalta la sequenza; rotazione dei materiali esposti, apparati modificabili, supporti aggiornabili e un flusso continuo di attività che tiene il museo acceso anche quando il visitatore di passaggio non c’è. Mostre, conferenze, letture teatralizzate nel chiostro, laboratori, appuntamenti serali non sono decorazione ma parte dell’esposizione. Il museo smette di essere un luogo da vedere una volta e diventa un luogo da vivere e dove si torna.

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«Un museo non è un contenitore di oggetti, è un modo di pensare il tempo di una comunità – spiega l’assessore alla cultura Marco Valenti –. Non abbiamo aspettato le condizioni ideali; abbiamo cominciato con quello che avevamo, mettendo al centro il metodo invece dell’arredo. Un museo che continua a scavare, a studiare e a correggersi resta vivo; un museo finito ha già iniziato a invecchiare. Per questo ogni anno cambiamo qualcosa; per esempio nuove ricostruzioni, nuovi reperti, nuove aree del complesso restituite alla lettura pubblica. E per questo teniamo insieme ricerca, scuola e cura delle persone; la conoscenza del passato serve a stare meglio nel presente, altrimenti è solo erudizione».

Da qui nasce una funzione che l’archeologia ha imparato tardi a riconoscersi. Il percorso per le persone con Alzheimer e i loro familiari, sviluppato con il Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali dell’Università di Siena e condotto insieme da archeologi, educatori geriatrici e artisti, non rappresenta certo una “cortesia” aggiunta alla fine o un’operazione di breve durata; è una risposta professionale a una domanda reale, la memoria come materia condivisa fra chi studia il passato e chi sta perdendo il proprio. Lo stesso vale per i supporti per le persone ipovedenti, perché un museo accessibile non è un museo generoso, è invece un museo che ha capito chi ha davanti.

La conclusione risulta pertanto scomoda per un dibattito abituato a spiegare le difficoltà dei musei solo con la scarsità di risorse. Le risorse contano e restano insufficienti, anche se il MaM dimostra che la variabile decisiva è un’altra: avere un progetto abbastanza chiaro da orientare ogni spesa, ogni apertura, ogni sabato mattina. Il quindicesimo posto certifica che la direzione risulta giusta e che il metodo si può ripetere altrove. Legare in modo stabile ricerca, comunità e cura, e accettare che un museo non sia mai finito. Basta volerlo, basta lavorare insieme alle istituzioni che fanno ricerca e sanno come raccontarla, basta perseguire il welfare culturale a tutto tondo.

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