Quella finestra vuota sul cielo di Siena. Il Facciatone e la lezione dell'incompiuto

A Siena il grande ampliamento del Duomo, abbandonato a metà nel Trecento, racconta ancora oggi una storia di ambizioni smisurate e conti che non tornano. Ma un'opera incompiuta non è per forza un fallimento: può restare un cantiere aperto al futuro. Come il monumento, anche la città può scegliere se restare ferma o ricominciare a costruire.

Quella finestra vuota sul cielo di Siena. Il Facciatone e la lezione dell'incompiuto
Il Facciatone del Duomo nuovo visto dall'altana del palazzo delle Papesse. Foto di G.P.
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

26 Agosto 2026 - 17.04


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Con la sua urbanistica medievale prorompente Siena possiede un simbolo oggi fotografatissimo della decadenza. Basta alzare gli occhi sul suo skyline per notare una orbita vuota, l’enorme finestra che si apre nei 34 metri di altezza del Facciatone del Duomo Nuovo, l’incompiuto ampliamento della cattedrale. Vista da sud sembra vicinissima alla torre del Mangia e al palazzo del Comune.

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Quando ne concepì l’idea, nei primi decenni del Trecento, la città era quasi al massimo del suo spazio fisico e si misurava con altri progetti più grandi delle sue stesse necessità, come la Porta Romana, alta 27 metri, o la snella torre del Mangia con i suoi 88 che copiava i 95 della torre fiorentina di Arnolfo. Quelle altezze spropositate non avevano altro valore che quello simbolico, erano un biglietto da visita.

Ma non tutto è oro quello che luccica. Quando il progetto dell’ampliamento del Duomo era arrivato davanti al consiglio per l’approvazione qualcuno aveva denunciato pubblicamente che l’opera avrebbe portato alle stelle la spesa pubblica e che dietro le belle parole patriottiche e identitarie c’erano niente meno che favori inconfessabili che i governanti accordavano ai finanziatori del bilancio del Comune. Chi aveva denaro da prestare, cari miei, se la ride, si disse, ogni volta che viene varato un grande e costoso progetto pubblico.

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Ma, si sa, le minoranze non governano. Dopo qualche anno con solennità era stata posata la prima pietra, erano stati innalzati i pilastri e le volte.

Poi il Duomo Nuovo era stato abbandonato. Non per la peste, perché dopo la grande catastrofe i lavori continuarono ancora per diversi anni, ma perché le volte erano pericolanti, il costo della manodopera aumentava e i nuovi governanti che avevano preso il posto di quelli caduti in disgrazia accantonarono la ‘politica delle grandi opere’. Quel progetto smodato, che interessava una superficie di 140 metri per 71, era ormai sovradimensionato rispetto alla popolazione, alle energie economiche, al sapere tecnico e alle volontà politiche della città.

Nell’orbita vuota della grande finestra è sintetizzata ancora oggi quella voglia di grandezza, quel tanto di eccessivo e di avventato che, da Dante in poi, è considerato caratteristico dell’indole senese, anche se pare meno riconoscibile nell’agire politico contemporaneo. Il Facciatone, solenne resto, è una testimonianza rara di abbandono improvviso di una impresa di grande portata e ci ricorda che nella storia materiale delle città sono scritti i loro sogni, i loro successi, le loro creazioni e anche le loro crisi e fallimenti.

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Siena lo sa, come ogni altra città italiana. E quando se lo dimentica interviene la realtà a ricordarle che niente è conquistato una volta per tutte. Poiché Siena, con il suo ‘monumento alla crisi’, ha però continuato a vivere.

Si può allora provare a guardare diversamente a questi fallimenti e pensarli piuttosto come incompiuti. Gli edifici crescono, cambiano le imprese, la gente cambia gusti e idee su di essi, li abbandona, li riprende, li riusa. Anche le cattedrali hanno prodotto la fantasia purista di Violet le Duc o il genio libero di Guadì. La cattedrale di Colonia ci ha messo 600 anni a crescere, così il duomo di Milano, San Pietro, Notre-dame… E la Sagrada familia non è ancora conclusa dopo 140 anni, eppure il suo folle neogotico ne ha fatto uno dei simboli di Barcellona contemporanea.

Un ‘incompiuto’, o un ‘non ancora compiuto’, o un ‘non completamente compiuto’, è qualcosa che non ha concluso il suo ciclo e che per questo può essere ancora in grado di dare. Oggi lo spazio del Duomo Nuovo di Siena, ai piedi del Facciatone, è invaso dalle macchine in sosta, eppure potrebbe offrire ghiotte occasioni per la città, per la cultura, per l’identità, per il turismo, per gli spettacoli. I senesi sono eredi di più di una onorevole tradizione, non solo detentori di un marchio commerciale.

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In fondo anche Leonardo realizzò ben poco di quello che progettò, lasciò tanto di incompiuto. Ma aprì delle strade, coltivò l’utopia. Tracciò la traiettoria, creò un immaginario.  E David affrontò Golia e lo decapitò.

Fuor di ogni metafora. L’involuzione, con le sue forti tentazioni di autocompiacimento, può essere smentita e ricacciata indietro con i fatti e con la volontà degli abitanti di una città che voglia tornare a essere, come in passato, crocevia europeo mettendosi in grado di parlare anche a un mondo globalizzato. Un celebre detto di Goethe (“ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”), ci ricorda che l’eredità non è l’appropriazione di una rendita, ma è una riconquista sempre in corso.

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