Quarant'anni fa usciva 'La terra in Piazza': quando Dundes e Falassi scandalizzarono (e insegnarono)

Nel 1986, alla vigilia del Palio d'agosto, usciva in libreria la traduzione italiana del libro di Dundes e Falassi 'La terra in piazza'. Seguirono polemiche roventi - che arrivarono fino alle dimissioni dell’assessore alla Cultura - per l'interpretazione freudiana della Festa.

Quarant'anni fa usciva 'La terra in Piazza': quando Dundes e Falassi scandalizzarono (e insegnarono)
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13 Agosto 2026 - 16.38


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di Laura Neri

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Alla vigilia del Palio dell’Assunta, sono molto onorata di festeggiare una ricorrenza speciale: i quaranta anni della traduzione della Terra in Piazza di Alan Dundes e Alessandro Falassi. Quarant’anni, è un tempo molto lungo, che classifica automaticamente un libro tra i long seller. Nel 1986 non ero ancora entrata a fare parte della Nuova Immagine Editrice, una piccola casa editrice nata l’anno precedente, all’epoca diretta Marco Lorenzini e Giovanni Kezich – autore della traduzione – che ebbero la grande intuizione e il coraggio di proporre al pubblico italiano un’opera sul Palio assolutamente innovativa, di taglio antropologico.

L’edizione originale inglese (edita dalla University of California) era uscita undici anni prima, ma non aveva per svariati motivi raggiunto un gran numero di lettori. L’uscita de La terra in Piazza in italiano proprio nei giorni del Palio d’agosto fu una vera e propria bomba. Il tempo di arrivare nelle librerie e si scatenarono un acceso dibattito e polemiche a non finire, ma anche interessanti recensioni. Vi furono anche le clamorose dimissioni dell’assessore alla Cultura scandalizzato dall’interpretazione freudiana della Festa. L’eco di tutto quel trambusto arrivò perfino a Los Angeles, dove grazie all’amicizia con lo stesso Falassi, stavo trascorrendo un periodo di vacanza-studio nella sua prestigiosa Università (UCLA).

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L’edizione, con molte imperfezioni dovute forse alla fretta di uscire, forse a un po’ di inesperienza, fu comunque un successo incredibile, tanto è vero che la prima edizione andò presto esaurita. Nelle successive, gli errori furono corretti, alcune cose aggiornate o rivedute (ad esempio lo schema del corteo storico). L’edizione del 1994 che fu proposta anche nell’originale inglese in traduzione tedesca oltre un nuovo dossier fotografico, mantenne per volontà dello stesso Falassi, anche quello della prima edizione, che a chi sfoglia oggi il libro evoca il mondo e il Palio di ieri (si veda ad esempio la nota foto del Prete Bani con la maglia con i colori dell’Oca sotto la tonaca). Personalmente fui felicissima di collaborare con Alessandro a questa “rinfrescata” dell’opera per adeguarla al pubblico del XXI secolo. Il libro è e resterà una pietra miliare della letteratura sul Palio anche a distanza di tanti anni, che meriterebbe di essere letto e riletto più volte (specialmente da parte di chi ha poche “ore di volo” paliesco al proprio attivo e discetta a vanvera sulla nostra Festa, soprattutto sui social).

Sollecitata dalla recente ordinanza, circa gli accordi sul passaggio delle contrade sul territorio della rivale, mi sono fatta l’idea che l’amministrazione comunale dovrebbe rileggere con attenzione il capitolo intitolato “il Palio nelle canzoni” (alle pp. 139-158 della nostra edizione), che si apre con una bellissima citazione in esergo di Henry James: “Quella grande festa chiassosa, infiammata di un’allegria esuberante, che simula ferocia, seppure non la pratica e che costituisce l’orgoglio annuale della città…”. L’allegria esuberante che simula ferocia, pur non praticandola, è il palio degli stornelli salaci, talvolta perfino osceni, ma sempre passibili di una risposta per le rime della contrada rivale, come dimostra l’ampia casistica trattata nel libro. I “poveri sudici che non vincono più”, il “fate schifo alla città”, i riferimenti coprologici ecc. fanno parte della tradizione e, fino a prova contraria non hanno mai fatto male a nessuno. È il palio, bellezza! Sorprende che chi oggi si proclama alfiere della senesità non consideri questa peculiare parte rituale connaturata al gioco. Il canto è un aspetto imprescindibile della Festa, non si può liquidarla a mera provocazione in un’ottica di ordine pubblico. Senza canti, né stornelli, anche ravvicinati fra rivali, che palio sarebbe? Finché si canta va tutto bene, perché cantare è bello e salutare, dà forza e coraggio, stempera la tensione, crea identità (non a caso si insegnano gli stornelli ai cittini futuri contradaioli).

Celebrare la figura di Alessandro Falassi, dedicargli una piazza, ricordarlo in convegni e in ogni modo possibile è giusto e doveroso, perché è stato un grande senese (e per me anche un maestro, a suo modo) ma se contestualmente non si fanno proprie le sue straordinarie analisi sul Palio e non si introietta la sua lezione, le belle cerimonie lasciano il tempo che trovano.

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Non so se mai qualcuno riuscirà a offrire uno sguardo così originale, intenso, colto sulla nostra Festa. Di sicuro dopo quarant’anni il libro di Dundes e Falassi ci parla e ci dice ancora cose che vale la pena stare a leggere e far leggere.

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