Tra Palio e cinema, un amore (finora) impossibile

Siena è stata sfiorata, raccontata, corteggiata dal grande cinema, ma quasi mai conquistata: un viaggio tra film, divi, occasioni perdute e set impossibili, fino al rapporto irriducibile tra la macchina da presa e il Palio.

Tra Palio e cinema, un amore (finora) impossibile
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

12 Agosto 2026 - 12.43


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di Vincenzo Coli

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Il grande cinema gira tutto intorno a Siena. Letteralmente. Ma non le cade tra le braccia, ed è un peccato. Dei film che sono stati ambientati nella nostra provincia, tra borghi, cittadine, pievi e casali e tutti i siti UNESCO patrimonio dell’umanità, le cui bellezze siano state protagoniste assolute oppure pretesti  per banali sequenze di raccordo, il catalogo è questo. 

Colle val d’Elsa: La ragazza di Bube, Luigi Comencini, 1963; L’uomo che verrà, Giorgio Diritti, 2010. San Gimignano: Il fu Mattia Pascal, Marcel L’Herbier, 1924; Complesso di colpa, Brian de Palma, 1976; Il prato, Paolo e Vittorio Taviani, 1979; Messico in fiamme, Serghej Bondarcuk, 1981;  Un tè con Mussolini,  Franco Zeffirelli, 1999.  Il Chianti: La bocca di Luca Verdone, 1991. Il Chianti e Geggiano: Io ballo da sola, Bernardo Bertolucci, 1996.  Le Crete: L’armata Brancaleone, Mario Monicelli, 1966; Enrico e Carlo Vanzina, 2061, un anno eccezionale, 2007. Asciano, Castiglione d’Orcia, Montalcino, San Giovanni d’Asso: L’amore ritrovato, Carlo Mazzacurati, 2004. Monteriggioni: Cari fottutissimi amici, Mario Monicelli, 1994. Valdorcia: Il gladiatore, Ridley Scott, 2000; Sotto il sole della Toscana, Audrey Wells, 2003; La bellezza del somaro, Sergio Castellitto, 2010. Pienza: Romeo e Giulietta, Franco Zeffirelli, 1968; L’arcidiavolo, Ettore Scola, 1966. Pienza e Sant’Antimo: Fratello sole sorella luna, Franco Zeffirelli, 1971. Sant’Anna in Camprena: Il paziente inglese, Anthony  Minghella, 1996. Bagno Vignoni e San Galgano: Nostalghia, Andrej Tarkovskij, 1983. Montepulciano: Sogno di una notte di mezza estate, MichaelHoffman, 1999. Celle sul Rigo: Vengo a prenderti, Bard Mirman, 2006. Chiusdino e San Galgano: Il riposo del guerriero, Roger Vadim, 1962. Trequanda: Private Angelo, Peter Ustinov, 1949. San Casciano Bagni: Non ti muovere, Sergio Castellitto, 2004. Si  potrebbe aggiungere Otto e mezzo di Federico Fellini, 1963, che come sempre non si mosse da Cinecittà e ricostruì in studio le terme di Chianciano dove ogni anno passava le acque insieme alla sua Giulietta. Era invece taroccata la campagna valdelsana di Speriamo che sia femmina, Mario Monicelli, 1986, in realtà tutto girato nel Lazio. Ora mettiamo in fila, alla rinfusa, le facce di attrici e attori famosi apparsi nelle pellicole menzionate: Gassman, Mastroianni, Cardinale, Bardot, Villaggio, Tyler, Irons, Fiennes, Marais, Weisz, Sandrelli, Abatantuono, Crowe, Phoenix, Binoche, Dafoe, Scott-Thomas, Firth, Kleine, Pfeiffer, Everett, Bale, Marceau, Keitel, Giannini, Cruz, Aimée, Milo, Cher, Andress, Ustinov, Sansa, Rohrwacher, Accorsi. Tanta roba, un bel pezzo di storia del cinema italiano e mondiale. 

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Che cosa hanno in comune tra loro questi titoli per lo più eccellenti? Tutti, tranne un frammento di Io ballo da sola (Bertolucci giròla sequenza iniziale dell’arrivo in treno della giovane Lucy alla stazione), si sono tenuti alla larga da Siena, intesa come città murata. Dove invece sono stati ambientati (qui l’elenco è più scarno):  Palio di Alessandro Blasetti (1932), Il principe delle volpi di Henry King (1949), La ragazza del Palio di Luigi Zampa (1957), Io Caterina di Oreste Palella (1957), Il burbero di Castellano e Pipolo (1986), L’aria serena dell’ovest di Silvio Soldini (1990), Al lupo al lupo di Carlo Verdone (1992),  Con gli occhi chiusi di Francesca Archibugi (1994), Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli (2003), 007 Quantum of solace di Marc Foster (2008), Decameron Pie di David Leland (2007), Letters to Juliet di Gary Winich (2010), La città ideale di Luigi Lo Cascio (2012), Palio di  Cosima Spender (2015), che però è un documentario. E gli interpreti famosi? Ancora Gassman e Giannini e Sandrelli, Welles, Dors, Celentano, Craig,  Sutherland, Abraham, Neri, Rubini, Verdone, Bentivoglio, Redgrave, Roth, Lo Cascio. Un bel red carpet anche questo, ma tra  le due liste di film, con tutto l’affetto per Verdone che ha sangue senese da parte di babbo Mario, e facendo eccezione (motivata più avanti) per Lo Cascio, non c’è partita. E il motivo è semplice:  girare un lungometraggio a soggetto a Siena non è un boccone da ghiotti.

Palio di Alessandro Blasetti, realizzato nel pieno del ventennio fascismo, fu ideato dal  grande senese Luigi Bonelli selvaiolo, scrittore, sceneggiatore e radiocronista, che produsse testi per il teatro recitati da Eleonora Duse, le sorelle Gramatica, Rina Morelli, Vittorio De Sica, Ruggero Ruggeri. Nell’operetta Rompicollo musicata da Giuseppe Pietri, dichiarato omaggio alla città natale, Bonelli immagina che una ragazza di nobile famiglia  soprannominata appunto Rompicollo, per amore del capitano della Selva corra in Piazza infrangendo ogni convenzione e regali la vittoria ai colori di Vallepiatta. Ma scrivendo un copione per il cinema Bonelli non si discostò dalla tradizione: il giovane fantino Zarre, seppur malconcio dopo aver subito un pestaggio, per orgoglio e per amore della giovane Fiora contesagli dal capitano della Civetta, corre e vince il Palio col giubbetto della Lupa. A Blasetti la storia piacque e ne acquistò i diritti. Insieme a Mario Camerini era il più bravo della sua generazione, apprezzato per professionalità e perfezionismo, e forse riteneva di potersi prendere qualche libertà, ma non aveva fatto i conti con l’intransigenza filologica dei senesi. Già prima della lavorazione circolava la voce, poi smentita,  che si sarebbe fatta una carriera straordinaria allo scopo di facilitare il lavoro della troupe; Blasetti chiese al Comune di poter legare macchine da presa alle pance dei cavalli il giorno del Palio, e possiamo immaginarci la risposta; per esigenze di ripresa  mise insieme il corteo storico vestendo le comparse il 15 agosto e girò nel primo pomeriggio, sicché la luce non era quella giusta; le cineprese ingombrarono la pista per tutto il tempo; il regista, bypassando lo stesso Bonelli,  s’era inventato la rivalità tra Civetta e Lupa e per motivi scenografici aveva spostato Vallerozzi a ridosso del Duomo. Ma quel che è peggio, di questo film, prodotto dalla potente Cines, sponsorizzato vigorosamente dal regime fascista che aveva fame di eroi e approvato dal Comune e dall’Ente Autonomo di Cura e Soggiorno purché sostenesse il flebile turismo dell’epoca, le contrade non sapevano  nulla, nessuno le aveva interpellate. Apriti cielo. Per tutto il tempo della lavorazione i giornali locali furono tempestati da lettere indignate, e Blasetti, che pensava di fare cosa gradita alla città, ci restò male, anche perché, a quanto pare, ricevette qualche spostatura. Tuttavia ne venne fuori un’opera dignitosa, che fece buoni incassi in tutta Italia, e forzature ed anacronismi vennero presto dimenticati.  

Di buon esito commerciale si può parlare anche a proposito de La ragazza del Palio, specie di spin-off dell’operetta Rompicollo un quarto di secolo dopo, solo che stavolta la fantina vittoriosa è americana, la burrosa Diana Dors, e la sua controfigura è Rosanna Bonelli, figlia di Luigi, chiamata in suo omaggio Rompicollo e scesa davvero in piazza il 16 agosto 1957 per l’Aquila. Sul piano estetico, La ragazza del Palio fu una Caporetto. La produzione era ricca e si avvaleva di un attore giovane e già popolare come Vittorio Gassman, ma le imprecisioni di sceneggiatura, scenografie e location si sprecarono. Fino all’orrore in fase di montaggio, la sequenza della corsa che alterna spezzoni delle batterie coi fantini in bianco e primi piani della Dors  correttamente giallovestita e ripresa dal petto florido in su, però tra le pareti di uno studio cinematografico, ballonzolante su uno sgabello. 

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Ne Il principe delle volpi una scena nella Sala del Mappamondo concorre a suggerire il  Rinascimento immaginario che fa da contesto a sanguinose lotte di potere alla corte dei Borgia. Io Caterina è un biopic molto devoto sulla vita della santa, tante inquadrature tra Duomo, Fortezza medicea, Palazzo Pubblico, Porta San Marco, Porta Giustizia. Ne L’aria serena dell’ovest piazza del Campo è solo il pretesto per un raccordo. In Letters to Juliet, Siena è uno dei vertici dello scipito triangolo geografico-amoroso con New York e Verona (del resto trattasi di una rielaborazione del classico scespiriano) percorso da una giovane coppia, e la macchina da presa infatti indugia tra Costa S. Antonio, Via  Diacceto, Via Duprè, Piazza Tolomei, Piazza del Campo, Piazza S.Giovanni. In Decameron Pie, incredibile pasticcio medievale tra avventura cappa  e spada e commedia giovanile americana zozzetta con reminiscenze da Boccaccio, Siena (Duomo, palazzo comunale, i vicoli) è contrabbandata per Firenze: fiasco meritato, negli USA uscì solo in dvd.

Un paio di giri di pista ripresi da lontano e una battuta infelice di Celentano è tutto quel che si ricorda de Il burbero, dove alla fine l’attore più bravo è Bruno Blanco detto “Parti e vai” nei panni di se stesso.  Verdone torna alla Siena dell’adolescenza con Al lupo al lupo, non tra le sue opere più memorabili, storia di tre fratelli che si ritrovano dopo tante incomprensioni, e gira tra l’Accademia Chigiana, il Duomo e la discoteca Tendenza, dove alla consolle c’è un dj che farà carriera nella politica locale. In Piazza delle cinque lune Martinelli la butta sul thriller politico (caso Moro e dintorni) e sulla tecnologia: riprese vorticose in steadycam, abuso di plongée a capofitto dall’alto sulla città e la campagna, e persino qualche momento d’azione, ma l’intreccio è abbastanza confuso e Giancarlo Giannini appare sprecato. In Con gli occhi chiusi Francesca Archibugi confeziona la prima e ad oggi unica riduzione cinematografica da un testo di Federigo Tozzi, ma si accosta con troppa timidezza alla grandezza dell’autore e s’incarta in uno stile esangue e calligrafico,  laddove la scrittura del figlio di Ghigo del Sasso era passionale e diretta, e non esente da dettagli talvolta cruenti. Sorprese molti (ma non il Consorzio per la tutela del Palio che spulciò la sceneggiatura e visionò i giornalieri per scoprire gli strafalcioni) l’idea di portare James Bond sulle lastre con 007 Quantum of solace, farlo correre sui tetti e proiettarlo nella realtà aumentata del Rialto (costruirono sulle facciate degli sporti in legno compensato, giusto per rafforzare il gothic style) tra Cafiero il vinaio e il casino della zia Iride. Lo videro un miliardo di spettatori in tutto il mondo, dunque ne valse la pena. Di tutt’altra natura e intenzione è La città ideale di Luigi Lo Cascio, in cui un architetto ecologista sceglie Siena per viverci “a misura d’uomo” come si diceva una volta, ma la precauzione non basta a proteggerlo da una vicenda angosciante. Lo Cascio ama la nostra città, l’ha detto più volte e col suo film lo dimostra: è l’unico, tra tutti, che rifugge dall’immagine leccata e dall’effetto cartolina, e utilizza piazze e strade come elementi espressivi di uno stato d’animo tormentato.

Nel 2018, in città, furono girate da alcuni stuntmen in missione per conto di Netflix scene d’inseguimento abbastanza impressionanti, tipo auto spiattellate sulla colonna del Ponte di Romana tra botti e scintille. Se qualcuno ha notizie sul prodotto finale, sarebbero gradite. Alla voce progetti accantonati, il thriller Longinus, serie televisiva che Dario Argento avrebbe dovuto realizzare a Siena e a Grenoble. Tra le occasioni perdute, un film di e con Mel Gibson nei panni di un fantino: consegnò al Comune la sceneggiatura che prevedeva riprese durante la carriera con lui in groppa a un barbero e microcamere piazzate sulla testiera dell’animale. Gli dettero il due di picche. Ma Mel è un tipo socievole, aveva stretto tante amicizie e durante il soggiorno non passò sera che non cenasse e desse di gotto in qualche contrada. Per smaltire dormì anche un paio di notti all’aperto. Poi se ne andò e del suo progetto non s’è saputo più nulla. 

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Ma in sostanza, di che tipo è stato l’impatto del grande cinema sui senesi? Di reciproca utilità, come era giusto che fosse. Chi scrive ricorda che nel 1966 era troppo piccolo per poter partecipare al casting che la produzione di Brancaleone organizzò sulle Crete dovendo assemblare il gruppo dei lebbrosi. Ci andarono con la macchina alcuni amici più grandi, ma la segretaria di Monicelli dopo averli squadrati non gliela mandò a dire: “Ragazzi, siete brutti ma non abbastanza!”. In compenso rimborsò loro i soldi della benzina. Durante le riprese a Monteriggioni di Cari fottutissimi amici, Sergio Micheli accompagnò da Paolo Villaggio, carta d’identità alla mano, il suo amico Ugo Fantozzi da Siena professione ragioniere, ma il geniale genovese, uomo assai scostante nella vita privata (cit. Anna Mazzamauro signorina Silvani),  mostrò un palese fastidio. 

Giuliano Ghiselli, che manca tanto a chiunque l’ha conosciuto,  ha sempre fatto egregiamente, tra le altre cose, il consulente  location e il cercacomparse al servizio delle produzioni che passavano dalle nostre parti. Mi perdonerete l’autocitazione. Io ballo da sola, 1996. Bernardo Bertolucci gira interni notturni nella villa di Ranuccio Bianchi Bandinelli a Geggiano, le scene della doppia festa dei giovani e degli adulti. Vogliono – testuale – comparse né giovani né vecchie, eleganti ma non troppo. Giuliano sparge la voce. Andiamo io, Mauro Civai ed Enrico Zanchi. Ci prendono. Dopo un buffet con porchetta gigantesca, verso le 22 ci sistemano in un meraviglioso salotto affrescato.  Siamo una decina, postura obbligata in piedi e tutti con una flute piena d’acqua minerale in mano. Scorgo la giovanissima esordiente Rachel Weisz e il vecchio Jean Marais, monumento del cinema francese. Dietro istruzioni dell’aiuto regista io devo corteggiare spietatamente Maria Pia Corbelli, elegantissima in abito da sera. Nelle altre stanze i ciak si susseguono, ma noi alle 4 del mattino siamo sempre lì, l’acqua è finita e gli argomenti di conversazione pure, e non vi dico che male ai piedi… Poi Bertolucci arriva all’improvviso insieme a Liv Tyler, l’operatore, il datore luci e un gruppo di mimi. Una figura intera di loro che danzano, qualche primo piano della protagonista e dieci secondi scarsi da lontano per noi invitati, sorrisi stirati e la schiena in fiamme. Durante un intervallo mi trovo a un metro di distanza dal Maestro. Che mi sorride e fa: “Stanco?”. Io: “Insomma, s’aspettava da sei ore, ma siamo contenti, eh!”. E lui mi dedica serafico una battuta bogartiana: “E’ il cinema, bellezza…” Alle sei danno il fine riprese e ci fanno passare dalla cassa, compenso pari a una settimana di lavoro in ufficio e regolare ricevuta fiscale. All’uscita del film, di tutti gli invitati alla festa è rimasto soltanto un piano americano di mezzo secondo di Civai, e io piccolo così sullo sfondo, mentre, da copione, sbircio nella scollatura di Maria Pia, però sgranato e visibile solo col fermo immagine. Se non altro mi fu risparmiato l’imbarazzo di dover dare spiegazioni in famiglia. 

Tutto questo per dire alla fine che la Festa sul grande schermo è sempre stata rappresentata poco e male. Fotografata e filmata come nessun altro evento al mondo a lei paragonabile, ma mai ridotta banalmente a elemento di una fiction. Impossibile farlo. Chi ha voluto darne il senso per immagini si è dovuto accontentare di un repertorio peraltro vastissimo, non ha mai potuto inventare nulla. I pochi tentativi di ricostruire e “rifare” la corsa “dall’interno”, con microcamere tipo quelle sui caschi dei piloti di formula 1, nella Piazza o in uno spazio artefatto, e magari con la pretesa di manipolarne l’esito per esigenze di sceneggiatura, sono stati respinti con fermezza dalle autorità preposte. Giustamente. Ma non è una questione giuridica, bensì semiologica. Perché la combinazione prodigiosa tra forma e sostanza, tra l’imponente apparato mitologico e l’intima sacralità di una messa in scena che tutti gli attori – chi agisce e chi guarda – condividono da secoli, fa del Palio un unicum nella sua bipolarità di evento drammatico e liturgico, schiettamente popolare e insieme inaccessibile come un culto misterico antico. Ogni tentativo di riprodurlo sarà, oggi e sempre, un pasticcio vano e infungibile. 

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