di Serenella Civitelli
Il Centro di Riferimento per la Medicina Integrata dell’ASL Toscana Sud Est ha analizzato i dati di 75 pazienti con fibromialgia trattati con un protocollo di Medicina Integrata che includeva omeopatia, agopuntura e consigli nutrizionali. Pur trattandosi di uno studio osservazionale condotto su un numero limitato di pazienti, i risultati, pubblicati sulla rivista Current Rheumatologic Review, sembrano incoraggianti perché dimostrano un miglioramento significativo di dolore e mobilità ed un minor ricorso alla farmacoterapia convenzionale.
La pubblicazione offre l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della malattia, in particolare sulle differenze di sesso/genere che, pur non essendo espressamente trattate nello studio, continuano a influenzarne il riconoscimento e la presa in carico.
La fibromialgia è una condizione cronica caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, spesso associato a stanchezza persistente, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria a breve termine e difficoltà cognitive, la cosiddetta “fibro fog” (nebbia cognitiva).
Le cause della patologia non sono ancora completamente chiarite ma gli studi suggeriscono che possa trattarsi di un’alterazione dell’elaborazione del dolore da parte del sistema nervoso centrale, con una probabile componente genetica e “fattori scatenanti” come stress, malattie autoimmuni o virali, traumi fisici o psicologici.
La diagnosi è essenzialmente clinica e si basa sulla valutazione dei sintomi, della loro durata, del quadro complessivo del/della paziente e sull’esclusione di altre condizioni con manifestazioni simili.
Anche la terapia non è specifica e mira a mantenere un buon equilibrio fisico e mentale ricorrendo, quando necessario, a farmaci sintomatici.
La fibromialgia è uno degli esempi più significativi di gender bias in medicina, ossia di quei pregiudizi legati al sesso/genere che influenzano il modo in cui una malattia viene studiata, riconosciuta e trattata.
Il sesso femminile è nettamente piú colpito ma il tradizionale rapporto di nove donne per ogni uomo è stato ridimensionato da studi più recenti.
I sintomi sono simili nei due sessi ma possono essere percepiti e interpretati diversamente. Negli uomini, il pregiudizio che la fibromialgia sia una malattia “femminile” può far sottovalutare dolore e stanchezza o farli attribuire ad altre cause mentre i pazienti possono tendere a minimizzare i sintomi o a non riferirli, per timore che vengano interpretati come segno di debolezza o fragilità. Nelle donne, invece, il dolore viene più facilmente attribuito a “esagerazione”, stress, ansia o depressione.
La sintomatologia subdola e l’assenza di alterazioni rilevabili con esami di laboratorio o strumentali ha portato a definire la fibromialgia una “malattia invisibile”.
Molti studi riportano che i/le pazienti consultano numerosi specialisti e che trascorrono anni prima di arrivare alla diagnosi.
Come molte altre condizioni che colpiscono prevalentemente le donne, come l’endometriosi, la fibromialgia è stata a lungo sottovalutata dalla medicina e interpretata attraverso il filtro dei pregiudizi di genere. Sintomi come dolore diffuso, affaticamento e insonnia venivano spesso ricondotti alla “nevrastenia”, diagnosi che rifletteva una visione profondamente sessista. La sofferenza femminile era infatti attribuita ala presunta fragilità emotiva o al carattere “lamentoso”, anziché essere indagata come possibile espressione di malattia. Solo nella seconda metà del Novecento la fibromialgia è stata riconosciuta come una sindrome clinica, possibile causa di disabilità.
Anche il ritardo della ricerca e i limitati finanziamenti destinati alle patologie che colpiscono prevalentemente le donne si inseriscono nel quadro dei bias di genere, con conseguenze rilevanti sulla salute e sulla qualità della vita.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’attenzione verso queste condizioni è cresciuta. Oggi la fibromialgia è una patologia riconosciuta che dimostra la necessità di una prospettiva di genere in medicina, indispensabile per una presa in carico realmente efficace. In questo contesto, studi come quello dell’ASL Toscana Sud Est contribuiscono a riaprire il dibattito e a promuovere modelli assistenziali personalizzati.
