di Pippo Lambardi
C’è qualcosa di strano nelle finali giocate in pieno giorno. Forse perché, per chi è cresciuto con il calcio degli anni Novanta, il sole che illumina l’ultimo atto di un Mondiale richiama inevitabilmente il ricordo di Pasadena 1994 e di una delle giornate più dolorose della storia sportiva italiana. O forse perché il calcio, quello delle grandi occasioni, siamo abituati a viverlo sotto le luci artificiali, con la notte a fare da cornice ai momenti destinati a entrare nella memoria.
La finale mondiale disputata ieri al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey – ribattezzato per l’occasione “New York Stadium” nonostante si trovi dall’altra parte dell’Hudson – ha avuto per lunghi tratti proprio questa sensazione di sospensione. Come se mancasse qualcosa. Come se la partita stesse tardando ad arrivare.
Eppure, alla fine, ha vinto la squadra migliore.
La Spagna conquista il suo secondo titolo mondiale grazie alla rete di Ferran Torres, reduce dalla sua migliore annata al Barcellona, all’inizio del secondo tempo supplementare, ma soprattutto grazie a un percorso che l’ha vista essere, dall’inizio alla fine, la formazione più convincente del torneo. Non sempre spettacolare, non sempre irresistibile, ma quasi sempre padrona delle partite. Una squadra che sa cosa fare con il pallone e, soprattutto, sa cosa fare senza.
L’Argentina, al contrario, è sembrata prigioniera delle proprie paure. Forse del peso della partita, forse della consapevolezza di trovarsi di fronte a un avversario superiore sul piano del gioco. Fatto sta che l’Albiceleste ha scelto di aspettare. Aspettare la giocata di Messi. Aspettare un episodio. Aspettare i rigori. Aspettare, insomma, che fosse il destino a risolvere una partita che non riusciva a controllare.
Il problema è che il destino, nel calcio, raramente premia chi rinuncia a giocare.
Per lunghi tratti la finale è stata persino noiosa. Detto senza cattiveria, ma con onestà. Chiunque abbia ancora negli occhi l’Argentina-Francia del 2022 – probabilmente una delle finali più straordinarie della storia dei Mondiali – non può che rilevare la differenza. Là c’era il caos, il talento che debordava, l’imprevedibilità. Qui c’è stata soprattutto organizzazione. Tattica. Equilibrio. A tratti persino eccessivo.
La Spagna palleggiava, l’Argentina si chiudeva. La Spagna cercava spazi, l’Argentina cercava di negarli. Una partita che sembrava bloccata in una lunga attesa.
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.
È cambiata perché Luis de la Fuente ha continuato a credere nella propria idea di calcio, mentre Lionel Scaloni ha dato l’impressione di voler difendere un risultato che ancora non esisteva. I cambi raccontano spesso più delle parole degli allenatori. Quelli spagnoli hanno cercato di aumentare la pressione; quelli argentini di limitare i danni. È una differenza sottile ma decisiva.
L’espulsione di Enzo Fernández, corretta e inevitabile, ha soltanto accelerato un processo già in corso. La Spagna aveva il controllo della partita e, una volta in superiorità numerica, ha iniziato a occupare gli spazi con una facilità crescente. Quando Ferran Torres ha trovato il gol decisivo, si è avuta la sensazione che stesse semplicemente arrivando a destinazione una storia già scritta.
Tra i protagonisti spagnoli merita una citazione particolare Rodri. Da anni si discute se il calcio contemporaneo abbia ancora bisogno di registi nel senso classico del termine. Guardando giocare Rodri, la risposta sembra scontata. Non è soltanto un centrocampista: è un sistema operativo. Organizza, corregge, anticipa, semplifica. Fa sembrare facili cose che facili non sono.
E poi c’è Lamine Yamal. Ogni volta che si parla di lui si rischia di cadere nell’esagerazione, ma diventa sempre più difficile evitarla. Anche in una serata non brillantissima, limitato da qualche doloretto alla coscia, ha mostrato lampi che appartengono a una categoria diversa. Ci sono giocatori che interpretano il calcio. Altri che sembrano riscriverlo. Yamal appartiene probabilmente alla seconda specie.
Dispiace invece per Lionel Messi. Non tanto per la sconfitta in sé – il suo posto nella storia è al sicuro da tempo – quanto per il modo in cui è maturata. Sembrava un uomo lasciato solo a dialogare con una partita che gli sfuggiva dalle mani. A tratti si è avuto l’impressione che l’Argentina aspettasse un miracolo da lui più che una soluzione collettiva. E i miracoli, come noto, non possono essere programmati.
Questo Mondiale lascerà aperte molte discussioni. Sulla formula a 48 squadre, innanzitutto. Su un calendario sempre più affollato. Sul ruolo di una FIFA che continua a ragionare soprattutto in termini di espansione commerciale e sudditanza politica verso i presunti “grandi” della Terra, si veda Trump. Eppure, sarebbe ingeneroso ridurre tutto a questo.
Gli Stati Uniti hanno offerto stadi straordinari, un’organizzazione generalmente efficiente e una cornice che, al netto delle inevitabili polemiche sui costi dei biglietti, ha dimostrato quanto il calcio stia diventando sempre più globale. Alcune partite sono state eccellenti. Diversi giovani hanno confermato che il ricambio generazionale è già in corso.
La Spagna, oggi, sembra il volto più credibile del futuro.
Noi italiani possiamo soltanto osservare tutto questo da lontano. Ed è forse il pensiero più malinconico che accompagna la chiusura del torneo. Perché i Mondiali sono bellissimi da guardare, ma molto meglio quando si possono vivere con il cuore coinvolto.
Da troppo tempo, invece, ci limitiamo a fare gli spettatori. La nuova struttura Federale ha da prendere decisioni incisive da subito, i primi passi – con la nomina a Direttore tecnico di un gigante come Paolo Maldini – sembrano sui giusti binari ma, benché in periodo vacanziero, ci sarà tanto da lavorare.
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