di Fiorino Pietro Iantorno
Genova, l’odore del sangue. Se guardo indietro nella memoria e torno ai giorni di Genova del luglio 2001, ci sono immagini che il tempo non è riuscito a cancellare. Piazza Alimonda e il corpo di Carlo Giuliani, ucciso mentre intorno si consumava una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica. È un’immagine che continua a interrogare le coscienze e che ancora oggi rappresenta una ferita aperta per la nostra democrazia.
Ma Genova, per me, ha anche un altro odore. Quello del sangue. Sono stato uno dei primi ad entrare nella scuola Diaz insieme ad Alfio Nicotra a Fausto Pellegrini, giornalista Rai. Ho ancora nelle narici quell’odore acre. Ricordo il silenzio irreale dopo la violenza, le pozze di sangue sul pavimento per le teste spaccate accanto ai termosifoni, i sacchi a pelo ancora aperti. Persone che poche ore prima stavano dormendo e che erano state trasformate nel bersaglio di una violenza cieca e ingiustificabile. Sono immagini che non si dimenticano. Ti restano dentro e cambiano per sempre il modo di guardare lo Stato, la democrazia, il rapporto tra il potere e i cittadini.
E poi ci sono Bolzaneto, le torture, le umiliazioni, le cariche indiscriminate contro manifestanti che, nella loro stragrande maggioranza, erano arrivati a Genova per esprimere dissenso e partecipazione. In quei giorni sembrò sospendersi lo Stato di diritto. Diritti costituzionali fondamentali furono compressi, mentre una parte delle istituzioni rispose al conflitto sociale con una repressione che ancora oggi rappresenta uno dei punti più bassi della nostra storia repubblicana. Ma se ricordassimo Genova soltanto come il luogo della violenza, faremmo un torto alla verità storica.
Prima di Genova. Prima della repressione c’era stato un movimento. Un movimento straordinario. Genova non nasce nel luglio del 2001. Genova arriva da lontano. Arriva da Seattle, dalle mobilitazioni contro il WTO, dai Forum sociali, dalle reti internazionali che avevano saputo mettere in relazione sindacati, associazioni ambientaliste, organizzazioni per i diritti umani, movimenti femministi, realtà del volontariato, missionari, centri sociali, amministratori locali, economisti, intellettuali e centinaia di migliaia di cittadini.
Per questo ci definivamo il “movimento dei movimenti”: non un’organizzazione, ma una comunità plurale capace di leggere insieme le trasformazioni del mondo. Avevamo intuito che il modello di globalizzazione neoliberista avrebbe prodotto guerre permanenti, la finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, le migrazioni a causa della povertà, la privatizzazione dei beni comuni e una devastazione ambientale sempre più difficile da arrestare. Contestavamo un’idea di sviluppo fondata sulla supremazia dei mercati e sull’indebolimento della politica democratica.

Molte delle questioni che allora sembravano patrimonio di una minoranza sono oggi al centro del dibattito pubblico. Altre sono emerse nel frattempo: il potere concentrato nelle grandi piattaforme tecnologiche, l’intelligenza artificiale, il controllo dei dati, la trasformazione del lavoro e dell’informazione. Il mondo è cambiato, ma le domande di fondo sono rimaste le stesse: chi decide? Nell’interesse di chi? E quale futuro vogliamo costruire?
Non eravamo un’élite di visionari. Eravamo diventati “pop”. Avevamo costruito forme nuove di partecipazione nelle quali il locale dialogava con il globale, le esperienze quotidiane si intrecciavano con le grandi questioni internazionali e migliaia di persone riscoprivano il piacere e la responsabilità dell’impegno politico.
Non chiedevamo un altro potere. Chiedevamo un altro mondo. Credevamo che un altro mondo fosse possibile. Fu questo, prima ancora delle manifestazioni, che qualcuno volle spezzare.
A venticinque anni di distanza non possiamo dimenticare Carlo Giuliani, le vittime della Diaz, le torture di Bolzaneto e le responsabilità di chi rese possibile tutto questo. Ma ricordare Genova significa anche restituire dignità a quel movimento, alle sue intuizioni e alla sua capacità di anticipare molte delle contraddizioni del XXI secolo.
Quando Siena era un laboratorio del mondo. Roma, Bologna, Milano, Napoli, Torino, Firenze e Siena furono alcuni dei luoghi più importanti nella costruzione di quel movimento. Sì, Siena. Una Siena molto diversa da quella che viviamo oggi. Una città in cui l’Università era una straordinaria fucina di pensiero, capace di stare al centro del dibattito politico e culturale nazionale e internazionale.
Dal 1999 Siena divenne uno dei laboratori più fecondi del movimento studentesco. Realtà diverse per culture politiche ed esperienze si ritrovarono unite nella critica alla privatizzazione del sapere e all’affermarsi del pensiero neoliberista dentro gli Atenei.

Non è un caso che proprio qui nacque ATTAC Italia, grazie all’impegno di un gruppo di studentesse e studenti provenienti da storie differenti ma accomunati dalla volontà di costruire strumenti nuovi di analisi e di mobilitazione. ATTAC era parte di una rete internazionale che aveva come riferimenti Le Monde diplomatique e intellettuali come Ignacio Ramonet, Dominique Vidal, Manuel Vázquez Montalbán e Noam Chomsky.
Da quell’esperienza nacque un Forum sociale che si riuniva alla Corte dei Miracoli dove si ritrovarono insieme l’UDU, l’UDS, i Giovani Comunisti, il network di Indymedia, i collettivi universitari, l’Arci con Fausto Bertoncini, le ACLI con Iole Cialdai, Mani Tese e tantissime persone senza appartenenze organizzative. Ed era proprio questa la forza del movimento dei movimenti: costruire comunità senza chiedere uniformità.
Non fu semplice. Bisognò imparare ad ascoltarsi, a convivere con differenze profonde, a sperimentare pratiche nuove, facendo anche molti errori. Ma proprio da quella fatica nacque una comunità politica straordinaria.
Siena divenne una capitale dell’elaborazione critica della globalizzazione neoliberista. L’occupazione del McDonald’s di Piazza Matteotti, quella della Banca di Roma, allora indicata tra le banche armate, lo striscione calato dalla Torre del Mangia con la scritta “Siena dice no al G8”, finito sui giornali di tutto il mondo, raccontavano un movimento creativo, radicale nelle idee e rigorosamente non violento nelle pratiche.
Come dimenticare la notte trascorsa a disegnare sulle strade del centro storico le sagome delle vittime delle guerre globali? O il cantiere che scrisse il documento sul rapporto tra globalizzazione neoliberista e saperi, destinato a diventare uno dei testi di riferimento del controvertice di Genova, del secondo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e del Forum Sociale Europeo di Firenze? A Siena erano di casa Benedetto Vecchi, Anna Pizzo, Gigi Sullo, Riccardo Petrella, Naomi Klein, Bruno Amoroso, Marco Revelli e tanti altri protagonisti del pensiero critico internazionale.
Era una città viva, una città curiosa. Una città che aveva una Università che aveva scelto di investire nei giovani e di lasciare che fossero loro a mettere in discussione gli equilibri esistenti. E non mancava il confronto con docenti che guardavano a quel movimento con simpatia: Franco Belli, Maurizio Boldrini, Omar Calabrese, Romano Luperini, Gabriella Piccinni, Ginevra Bompiani, Sebastiano Bagnara, Vittorio Santoro, Marcello Flores, Maurizio Bettini, Fabio Mugnaini, Roberto De Vita e, a suo modo, Giovanni Buccianti per citarne alcuni.
La domanda che Genova consegna a Siena. Oggi viviamo molte delle contraddizioni che quel movimento aveva saputo leggere con straordinario anticipo. Le guerre sono tornate al centro della scena internazionale. Le disuguaglianze sono cresciute. La crisi climatica è diventata la nostra quotidianità. La finanza continua a condizionare la politica e poche grandi piattaforme tecnologiche concentrano un potere senza precedenti sulla conoscenza, sull’informazione, sul lavoro e, in parte, perfino sulla qualità della nostra democrazia.
Eppure, mentre quelle analisi si sono dimostrate in larga parte fondate, abbiamo smarrito la capacità di costruire luoghi di elaborazione collettiva, di partecipazione e di speranza. È questa, forse, la vera domanda che Genova consegna oggi a Siena. Non come esercizio di nostalgia. Come responsabilità.
Perché una città non vive soltanto della bellezza del suo centro storico, delle sue tradizioni o del suo passato. Vive se produce idee. Se genera cultura. Se investe nei saperi liberi. Se crea spazi di partecipazione e di contaminazione. Se considera i giovani non un problema da gestire, ma il motore del proprio futuro.
La Siena di quegli anni seppe farlo. Seppe diventare un laboratorio internazionale di pensiero critico, una città capace di mettere in relazione università, associazionismo, movimenti, volontariato, cultura e politica. Non era perfetta. Ma aveva un’ambizione: sentirsi parte del mondo.
Oggi non abbiamo bisogno di riprodurre il 2001. Abbiamo bisogno di ritrovare quello spirito. Di tornare a fare di Siena una città che produca pensiero, ricerca, innovazione sociale, partecipazione democratica e cultura della pace. Una città capace di attrarre energie, di ascoltare le nuove generazioni, di costruire reti invece di chiudersi in se stessa.
Venticinque anni fa dicevamo che un altro mondo era possibile. Quella frase non appartiene al passato. È una responsabilità che parla ancora al presente. Perché, in fondo, il modo migliore per ricordare Genova non è celebrare ciò che siamo stati. È tornare ad avere il coraggio di immaginare, insieme, ciò che possiamo ancora diventare. Anche da Siena.
A Franco Verderi
“Accordi secchi e tesi segnalano il tuo ingresso nella mia memoria”