Abbiamo seguito tutti le vicende delle persone “sgomberate” da giardini e parcheggi in città in questi giorni. Chi sono e perché si trovano in questa situazione?
Non sono “senza fissa dimora”, per capirci quelli che per un po’ di tempo dormivano alla risalita della stazione. Sono immigrati, attualmente poco più di 60, sono richiedenti asilo politico, che aspettano di essere inseriti in un percorso di riconoscimento seguito dalle istituzioni.
Perché allora dormono dove capita, pur avendo diritto ad una protezione riconosciuta dalle leggi nazionali e internazionali? Perché a Siena, per loro, non ci sono alloggi sufficienti. L’unico dormitorio effettivamente disponibile è quello della Caritas, che al momento non può accoglierne più di una quindicina, e un Cas (Centro di accoglienza straordinaria) gestito dalla Prefettura che li accoglie via via che si liberano posti.
Da dove arrivano? Dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Afghanistan, tramite la rotta balcanica.
Perché scelgono proprio a Siena? Le istituzioni e le associazioni di volontariato non se lo spiegano se non con congetture: città piccola e tranquilla dove si spera di trovare un’accoglienza migliore, lavoro possibile nelle campagne, magari anche attraverso il maledetto caporalato che sappiamo aver infestato anche le nostre attività agricole.
Fatto sta che, una volta arrivati, in teoria la legge prevede per loro una presa in carico da parte istituzioni. Di fatto quello che succede è che dopo aver presentato domanda di asilo politico, per molti di loro non ci sono alloggi e anche se lavorano – e molti di loro lo fanno – non trovano dove dormire. Ci sono i Cas (non solo a Siena, ma anche in Provincia) come abbiamo visto, dove dovrebbero essere inseriti dalla Prefettura, ma non sono sufficienti ad ospitare tutti. Intanto il tempo passa, la risposta sull’accoglienza o meno della domanda non arriva e loro si trovano in un limbo. Quando poi la risposta arriva, se l’asilo politico è concesso, vengono dotati di documenti, salutati e fatti uscire dai Cas dove con difficoltà erano entrati. Magari hanno un lavoro, ma non è facile trovare chi affitti loro un alloggio decente.
In conclusione, a farsene carico devono essere per legge Prefettura e Questura. A Siena si è creato un tavolo che adesso convocato regolarmente dalla Prefettura, cui partecipano il Comune e tutte le associazioni laiche e cattoliche che aiutano ad alleviare i disagi di queste persone, che coordina le azioni fra volontariato e istituzioni. C’è poi un altro luogo di confronto, coordinato dall’Arcivescovo, a cui partecipano le associazioni impegnate sul campo.
In effetti non c’è solo il mangiare (assicurato dalle suore di S. Girolamo), l’assistenza medica (con una efficace collaborazione fra la Corte dei Miracoli, l’Auser e le Aziende sanitarie del territorio), ma anche l’assistenza legale, la mediazione linguistica, l’aiuto a compilare moduli, talvolta scritti solo in italiano.
Con la nuova direttiva europea, i CAS dovrebbero ora diventare PAF (Procedure accelerate di Frontiera), dove i richiedenti asilo dovrebbero alloggiare, effettuare uno screening medico entro tre giorni e avere risposta sulla loro domanda di asilo in una settimana. Ma, al di là delle criticità della norma (è di ieri la presa di posizione della Federazione degli ordini dei medici che esprime il rifiuto dei sanitari a diventare non più tutori della salute, ma ausiliari di pubblica sicurezza cui delegare il compito di scegliere chi è fragile e non può essere sottoposto alle procedure accelerate di frontiera), non può funzionare.
Non ci sono fondi e non c’è personale. E di nuovo lo Stato si rivolge al volontariato, per l’intervento medico, la mediazione linguistica etc . In conclusione, il fenomeno migratorio non è un’emergenza momentanea, maun fenomeno strutturale che caratterizza tutta l’Europa. Si tratta di governarlo, perché i numeri sono destinati a salire, a causa di guerre, persecuzioni e fame.
Il governo deve metterci fondi e dovrebbe anche avere la lungimiranza di accogliere persone che possono lavorare e lo fanno ogni volta che viene data loro la possibilità. Il volontariato sta facendo un grande sforzo, è una macchina ben oliata riunita in una rete chiamata SiSolidal, di collaborazione con le istituzioni, le quali però devono funzionare per loro conto. Non è possibile che il volontariato sia chiamato dalle istituzioni a coprire le proprie carenze.
Senza il volontariato, non è è vero che queste persone starebbero a casa loro, come qualche disgraziato ipotizza, ne vedremmo di più nei giardini e nei parcheggi. Al Comune di Siena, che non ha competenze specifiche nei problemi dell’immigrazione, l’onere però di coordinare le forze in campo e magari proporsi per qualche soluzione alloggiativa di emergenza, anche in un’ottica di contrastare il degrado e la sensazione di insicurezza dei cittadini.
