Storica scommessa

Nel 1986 si avvia la storica scommessa della metamorfosi del grande ospedale di Santa Maria della Scala. L’architetto Fabrizio Mezzedimi interviene in un dibattito aperto sulle pagine del settimanale Nuovo Corriere Senese tracciando una riflessione sul rapporto di adesione/estraneità con la sua città, Siena, dove si sente un po’ cittadino e un po’ come un viaggiatore in casa propria. Nuovo Corriere Senese del 26 marzo 1986

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9 Luglio 2026 - 06.30


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di Fabrizio Mezzedimi

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 Io: tutta mia la città . Tutta mia la città? Questo è un sentimento che proprio non ho mai provato, forse più facilmente, l’opposto. Nato e cresciuto “dentro le mura” non ho avuto iniziazioni di sorta né alla contrada, né agli altri riti senesi. Al “Casone”, presso le Lupe, primo e ultimo grande condominio sorto all’interno della cinta medievale, la vita è quella della periferia urbana, forse di una grande città: i giochi nel cortile, le schermaglie con i casieri (un casiere a Siena?) e per amici i figli delle cento famiglie, in genere non senesi, che popolano il nuovo complesso.  Mio padre poggibonsese di nascita e di famiglia, di cultura assolutamente non senese.  Mia madre, tutta senese ma di quel ceto borghese benestante dove le figlie – siamo negli anni ’20 – frequentano il Teatro dei Rozzi, quello della Lizza ed escono sempre con l’accompagnatrice. Mi parla con passione della sua contrada che penso però non abbia mai conosciuto dal vero. La mia casa, in fondo al Casone, ha un bel giardino pensile affacciato nel grande vuoto di Pian d’Ovile, un enorme scenario concavo, una specie di teatro rovesciato dove la grande quinta trasmette, attutiti, suoni e luci della città; giungono irreali, lontani nello spazio ma anche nel tempo, al piccolo e disattento spettatore impegnato nei suoi giochi.  Poi, ai tempi della scuola, a piedi attraverso tutta la città fino a Sant’Agostino; ma la strada è sempre, ancora, un “fuori”, un lungo e sinuoso lembo di vuoto che solcava la città “piena”, chiusa, impenetrabile, indecifrabile ed estranea. Della vita “di dentro” sento parlare ed io ne riparo fingendo che mi appartenga ma, in realtà, non la conosco e mi intimidisce il mistero dei suoi riti, delle sue regole, dei suoi miti. Il vero rapporto con Siena, la mia(?) città, lo ritrovo ogni giorno solo dal giardino guardandola e ascoltandola attraverso il grande vuoto della Conca di Pian d’Ovile che me la rende, allora, familiare e me la fa, in un certo amare e possedere.

Gli altri: cittadini e viaggiatori. “Cittadini o viaggiatori”? È possibile essere viaggiatori nel tuo paese, nella tua città, nei luoghi dove sei nato e vissuto? Forse lo è ed io, senza meriti o responsabilità, mi sento tale. Magari non so quanto questa condizione, tutta interiore, sia da considerarsi un limbo scomodo ma anche privilegiato dal quale si può instaurare con la città un rapporto emotivo ed intellettuale perfettamente intrecciati e compensati tra di loro. Forse c’è un prezzo da pagare alla lunga, forse ci sono dei rischi di presunzione nel sentire e capire insieme, ma è certamente come, per continuare il discorso del teatro, vivere ai bordi di una invisibile piattaforma ruotante che ti porta continuamente a passare dalla scena al retroscena, di nuovo alla scena e poi al proscenio, alla platea quindi di nuovo alla scena e così via in un vorticoso, ciclico mutamento di punti di vista e di ruoli: da quello dell’attore a quello dello spettatore che è poi come dire tra la condizione di cittadino a quella di viaggiatore e viceversa. Strana situazione ma, nella similitudine possono trovare posto anche altre situazioni e condizioni particolari come, ad esempio, di quello che nasce viaggiatore-cittadino-attore poi prende le distanze e cerca di diventare viaggiatore-spettatore ma la smania di essere entrambe le figure e la forza delle origini lo portano ad essere sempre più attore-cittadino; c’è poi il caso di chi nasce viaggiatore-spettatore e finisce per diventare cittadino-attore e anche – ma è un caso molto raro- chi da cittadino-attore diventa  viaggiatore. C’è chi si accontenta di nascere e morire cittadino-attore recitando sempre la solita parte, ma c’è anche chi nasce viaggiatore-spettatore e che, pensando di avere qualcosa di importante da dire, vuole far parte della compagnia. A qualcuno riesce addirittura a diventare più attore-cittadino degli altri, almeno all’apparenza, ma sovente rischia di essere fischiato fin dalle prime battute.

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La città: il Teatro.

Cara Gabriella, mettendo a dura prova di chi leggerà, mi sento inevitabilmente trascinato in questa tortuosa e sciagurata similitudine del teatro rimanendo, sempre più in bilico ai bordi della mia piattaforma ruotante. Ora che è vuoto, l’antico Ospedale del Santa Maria della Scala è come un grande teatro, fermo, in attesa di una nuova, lunga stagione. Per mille anni ha replicato una straordinaria rappresentazione di pietà e di potere, di devozione e sagacia amministrativa, sorgente inesauribile di sviluppo e, insieme, luogo di dolore e morte. L’antico spettacolo è finito e il Teatro, per sopravvivere, pretende una nuova grande stagione. Ma quali amministratori? Quali imprenditori? Quale compagnia? Quale regia? Quale pubblico? Ma soprattutto quale interprete? Forse bisognerebbe domandarlo a Lui, il grande Ospedale-Teatro, quale nuova programmazione possa costituire la sua seconda vita. Ma chi lo interroga? Chi lo interpreta? Chi sarà in grado di svolgere il delicatissimo e raro compito di mediatore illuminato, di ascoltare e comprendere le esigenze profonde di questo Dormiente e quelle intorno della città attivando così una trasmissione critica vitale tra esse e il grande corpo sempre più irrigidito? Perché il Santa Maria della Scala conservi nella sua metamorfosi il suo stato di “unicuum”, la sua identità, non solo, come si è già proposto, un museo, non solo laboratori e attrezzature culturali e didattiche ma perché non ospitare anche nel nuovo centro una delle vere energie di portata internazionale proprie di questa città e cioè il grande spazio della musica, il tanto auspicato “auditorium” attraverso una nuova e consapevole architettura che, in luogo dell’attuale volgare complesso delle “Camere Nobili”, si accosti alla base del “facciatone” di valle badando a ripulirlo e a consolidare la sua sorprendente, e per ora sopita, forza scenografica in bilico tra città e campagna? Allora il viaggiatore-spettatore capirà. Capirà meglio l’evento eccezionale che sta per compiersi e, oltre alla sua attenzione e presenza, condurrà a Siena e al “Santa Maria della Scala” le energie culturali ed economiche che si meritano.                 

Queste alcune considerazioni di un particolare cittadino-viaggiatore che, per strana sorte, si trova in questo momento storico a suo agio solo dentro la buca del “suggeritore” un ruolo, in fondo, di cui oggi in teatro si sente sempre meno il bisogno.”

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P.S. 29 marzo, 1986. Ricevo un biglietto da visita intestato ed elegantemente cassato: “Don Giovanni Guiso” occupato su entrambi i lati da un breve messaggio in stilografica:  “Carissimo, ammettere ufficialmente in area senese, attraverso il tuo gustoso scritto, di sentirti estraneo alle contrade e ai loro riti, è un atto di leggendario coraggio. È una dichiarazione-sfida che anch’io talvolta rilascio ma premendo la voce e con molta circospezione, pur essendo giustificato dalla mia origine sarda…” A te un applauso, Nanni

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