di Roberto Barzanti
Si fa un gran parlare dell’atteggiamento dei senesi verso il drappellone da assegnare alla Contrada vittoriosa, come se tutti e tutte esternassero valutazioni identiche. In realtà le opinioni sono le più varie, ed è logico in una comunità da sempre nota per le contrapposizioni che l’hanno segnata nei secoli. Oggi è azzardato scrivere di “comunità”, parola che a ben vedere non è stata mai aderente alla realtà: prodotta piuttosto da visioni ideologiche interessate. Più adatta a designare una micro-aggregazione quale una Contrada che gli abitanti di un centro urbano non più dotato una consonanza psicologica prevalente.
Quando si decise di affidare l’esecuzione dell’ambito stendardo anche a autori estranei ad una formazione acquisita nel piccolo mondo locale e legati ad un’ iconografia che si era andata logorando con gli anni, si volle introdurre una rottura che portasse a compimento tentativi e sperimentazioni già avviate. Si trattava di accordare spazio alla pittura contemporanea almeno per quella parte del trofeo che non comportava un’indiscussa fedeltà agli elementi di un’araldica e di figure incancellabili. Le immagini della Madonna in alto e gli stemmi dei Terzi, Balzana in testa, nel corpo dell’oggetto. A dire il vero un minimo di semplificazione si iscrisse nell’articolo che regolamenta l’operazione, ma non se ne è tenuto conto abbastanza, forse giustamente.
Ebbene, che sussistano giudizi diversi di fronte ad un’opera costretta a rispettare formato e regole tramandate dalla consuetudine non deve affatto scandalizzare. Ci sarà sempre chi è affezionato ad un certo tradizionalismo e chi invece ama la sfida di lavori sostenuti da un pittura più libera, da una creatività in sintonia con i linguaggi artistici di oggi.
Si è riusciti a far convivere questo mix difficile da ridurre ad unitarietà senza suscitare deluse repulse o invocazioni nostalgiche del recupero di soluzioni abitudinarie? È onesto ammettere che leggere le soluzioni via via proposte sia da pittori attivi in area senese e toscana sia da chi è invitato a scoprire, magari per la prima volta, una festa dalle molte radici non è stato agevole, anche perché si è rimasti un po’ a metà.
Non sempre la committenza ha seguito una linea coraggiosa e una consapevole coerenza. Del resto sarebbe errato esigere modi imperativi e un immaginario rigido. Reinventare continuamente una tradizione e affidarsi ad una pur vigilata ma autonoma soggettività nella preparazione del serico drappo era ed è proprio l’obiettivo da perseguire.
È errato che si tenda a esaminare con immediatezza opere che presuppongono un minimo di confidenza con i caratteri prediletti da chi ha ricevuto l’incarico. Occorre un’ umiltà rispettosa del risultato offerto. Certo, anche a causa di un rapporto non sufficientemente preoccupato di spiegare i doveri di un’opera situ specific. E in questo occasione le specificità son parecchie.
Il chiacchierato drappellone deve entrare in Chiese e Oratori, deve accettare focosi abbracci ed esser strapazzato come un giocattolo: sacro per quanto basta e idolatrato laicamente a piacere.
La committenza deve essere attenta nelle scelte – come un autore o un’autrice dipingono non è un mistero – e fare il possibile per far capire la peculiarità dell’onore conferito ma non ritenersi responsabile degli esiti. Non è tenuta a difendere l’indifendibile se ci sono stati passabili svarioni. Nessuno attende indicazioni da Controriforma o populistiche seduzioni demagogiche. La cosa più importante è verificare se l’elaborazione esprime un autentico impegno o una sciatta improvvisazione tanto per fare.
Corrado Cagli, uno dei più intellettuali artisti convocati, studiò a lungo il da farsi e ricordo quando mi confidò circa l’alternativa che si profilava a petto di una composizione di questa natura: o si prendeva la strada di immettervi simboli in geometrico e dosato equilibrio o si preferiva inventare una scena allegorica o presa dalla realtà facendone uno specchio del vissuto o del sognato. Lui scelse la prima via.
Renato Guttuso mi domandò di disporre di centinaia di ritratti di senesi, perché voleva che il popolo si identificasse con i protagonisti del drappo. Quando il suo palio fu esposto al pubblico si commosse: «Non avevo mai visto scatenare da una mia tela la capacità di suscitare un’appropriazione sentimentale così forte e un così acceso desiderio».
Dovrei aggiungere qualche esempio esplicativo di quanto è poi accaduto ma non voglio fare torto a nessuno. Se proprio fossi indotto a dire la mia opinione, non esiterei ad additare in Jim Dine il campione della prima via, magari insieme a Valerio Adami. La seconda è meravigliosamente rappresentata da palii come quello di Emilio Giannelli e di Leonardo Cremonini. Metto punto perché l’elenco sarebbe assai lungo e non esente da sfumature e distinguo.
