Lea Melandri, femminista, teorica, insegnante, editorialista, fondatrice di riviste fondamentali per il pensiero libertario e femminista dagli anni 70 in poi, è oggetto di una campagna per sostenere l’assegnazione del vitalizio secondo la cosiddetta Legge Bacchelli. Si tratta di un provvedimento varato nel 1985 che porta il nome del famoso scrittore Riccardo Bacchelli, in nome del quale fu approvato, ma che morì prima di averne potuto beneficiare. Istituisce un fondo di sostegno per cittadine e cittadini illustri in vari campi, fra i quali, ovviamente, la cultura.
Per la mia generazione, Lea Melandri, insieme a Lusia Muraro (morta in questi giorni) e Adriana Cavarero, sono state luci violente che hanno illuminato improvvisamente i nodi del materno, del genere, hanno evidenziato e decostruito, sulla scorta di Carla Lonzi, il patriarcato nelle sue componenti ideologiche, permettendo a tutte e tutti di riconoscerlo e combatterlo.
Lea Melandri si è guadagnata un posto specifico in questo firmamento. Nata nel 1941 in Romagna da una famiglia contadina e povera, ha la fortuna di avere dei genitori che credono nelle sue possibilità. Continua a studiare e approda al Liceo di Lugo di Romagna, si diploma e si iscrive alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ribollente in quegli anni di riflessioni radicali. Lascia La Normale senza laurearsi, lo farà qualche anno dopo a Bologna e si dedica all’insegnamento.
Si trasferisce a Milano e nelle sue periferie partecipa da giovane insegnante alle lotte del Sessantotto e lì comincia la sua riflessione teorica unita alla sua pratica femminista. Segue da insegnante le “150 ore”, un provvedimento che l’autunno caldo aveva strappato ai governi dell’epoca che consentiva ai lavoratori e lavoratrici di usare 150 ore all’anno per conseguire un titolo di studio. Capitò in una classe di casalinghe e da lì partì la sua attività di organizzazione di luoghi di riflessione e vero e proprio insegnamento per le donne. Incontra il femminismo degli anni ’70 e dal clima libertario di quella stagione nascerà la rivista che più raccoglieva quelle istanze “L’erba voglio”. La fondò con Luisa Muraro ed Elvio Facchinelli, persone entrambe e per diversi motivi, molto importanti nella sua vita. Dall’esperienza scolastica, dall’insegnamento delle “150 ore” nascono una serie di iniziative educative, culturali e di autocoscienza che culmineranno nel 1987 nella fondazione dell’associazione “Libera Università delle donne”.
Tra il 1976 e il 1986 introduce le tematiche della psicanalisi de dell’inconscio nel dibattito femminista. Negli anni’80 si dedica alla rilettura della figura di Sibilla Aleramo e tiene per tre anni una rubrica di posta su un giornale per adolescenti sulla rivista “Ragazza In”. Da quell’esperienza nasce una raccolta e uno spettacolo teatrale. È un incontro con il mondo dei giovanissimi e il tema dell’amore che lei stessa dirà non essere stato fino a quel momento oggetto della riflessione femminista.
Nel 1986 lascia l’insegnamento e dedicherà completamente il suo impegno alla scrittura e alla riflessione teorica, all’impegno nel movimento femminista. Una scelta che le darà la libertà ma le precluderà una tranquillità economica. Fonda un’altra rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminista”.
L’incontro con Rossana Rossanda produce un sodalizio che partorirà un volume a quattro mani “La perdita” in cui confluiscono racconti e riflessioni suggerite dall’esperienza di cura della madre di Melandri, in una situazione aggravata dal disagio economico.
Curiosamente, per una strana congiunzione astrale e per motivi radicalmente diversi, i nomi di Luisa Muraro, fondatrice della Libreria delle donne di Milano, teorica del pensiero della differenza, scomparsa in questi giorni e quello di Lea Melandri sono entrambi sui giornali in questi giorni. Fra le due un intenso rapporto, mai incrinato nella stima pur nella radicale differenza che si era sviluppata nelle loro elaborazioni intorno al genere, al rapporto fra corpo e genere, allo statuto che possono avere le figure trans all’interno di tutto questo.
Decine sono le sue pubblicazioni, conferenze, articoli che ha scritto e continua a scrivere; per brevità cito solo l’ultima opera del 2026 “Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca” per i tipi di Prospero editore.
Come dice la lettera a cui si chiede l’adesione per ottenere il vitalizio,” Melandri ha dedicato la sua vita alla riflessione critica sulla condizione delle donne, sulla scuola anti-autoritaria e sulla trasformazione sociale. Ma a 85 anni non ha un reddito che le consenta di vivere e di curarsi, e per questo è stata lanciata la campagna “Dire grazie a Lea” per assegnarle un vitalizio sulla base della legge Bacchelli”
Si può aderire alla campagna “Dire grazie a Lea” per l’assegnazione del vitalizio Bacchelli a Lea Melandri sul sito bacchelliperlea.org
