Il rossetto, mia nonna e la democrazia: il 2 giugno e la parità ancora da conquistare

Il suffragio del 1946, le Madri Costituenti, le riforme del diritto e un divario salariale che resiste nel 2026. Cronaca e ricordi di una lunga battaglia contro l'invisibilità.

Il rossetto, mia nonna e la democrazia: il 2 giugno e la parità ancora da conquistare
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

1 Giugno 2026 - 12.48


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Ci sono diritti che oggi appaiono così naturali da sembrare inevitabili, come il voto. Eppure, in Italia, le donne hanno votato per la prima volta solo nel 1946, chiamate alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica e per eleggere l’Assemblea Costituente. Una distanza storica che non appartiene a un passato remoto, ma a un tempo vicino, che tocca le nostre famiglie, le nostre case, le generazioni che ci hanno preceduto.

Mia nonna era nata nel 1900. Aveva 46 anni quando, il 2 giugno del 1946, entrò per la prima volta in una cabina elettorale. Non mi ha mai detto come avesse votato. Mi ripeteva: “Ricordati che il voto è segreto, non si dice mai come si vota”. Custodiva quel principio come un diritto prezioso. Come molte altre, immagino sia stata ben attenta a non mettersi il rossetto per non macchiare la scheda, e raccomandò la stessa cura anche a me alla mia prima volta.

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A ben vedere, nel 1946 anche gli uomini non votavano da molto tempo, poiché il suffragio universale maschile del 1913 era stato svuotato da vent’anni di dittatura fascista. Ma per le donne il cammino era stato molto più lungo. Partito dalle rivendicazioni di Olympe de Gouges nel 1791 (la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina le valse la ghigliottina) e passato per la tenacia delle suffragette europee all’inizio del ‘900 , in Italia aveva visto naufragare quasi venti proposte di legge. Solo durante la seconda guerra mondiale, grazie all’impegno nella Resistenza e alla nascita dei Gruppi di difesa della donna (1943), dell’Unione delle donne italiane e del Centro italiano femminile (1944) le italiane conquistarono l’autorevolezza necessaria per sbloccare il suffragio. Quando sono nata, nel 1951, da appena quattro anni le donne avevano ottenuto il voto, eleggendo 21 Madri Costituenti su 556 deputati : appena il 3,7%, ma dalla carica simbolica dirompente.

Anche la mia giovinezza e la prima maturità sono poi avvenute a cavallo tra grandi continuità e grandi rotture. Alcune di queste tappe mi hanno visto già adulta:·  1956: La Cassazione nega al marito lo ius corrigendi.·  1963: Una legge apre alle donne l’accesso a tutte le cariche pubbliche, compresa la magistratura.·  1970: Viene legalizzato il divorzio.·  1975: La Riforma del diritto di famiglia cancella la figura del “capo famiglia” e introduce la parità tra i coniugi.·  1978: L’aborto non è più un reato.·  1981: Vengono aboliti il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”.·  1995: La Conferenza ONU di Pechino indica l’obiettivo mondiale delle donne in posizioni di potere.·  1996: La violenza sessuale diventa finalmente un delitto contro la persona.

Oggi, in questo 2 giugno del 2026, la realtà smentisce ancora la visione idilliaca di una parità raggiunta. Nonostante le ragazze abbiano da tempo superato gli uomini negli studi superiori e universitari, nei mercati del lavoro qualificati resistono il ‘soffitto di cristallo’ e un significativo gender pay gap, , cioè la differenza percentuale tra la retribuzione media oraria percepita dagli uomini e quella percepita dalle donne. Persino nei manuali scolastici la produzione femminile stenta a entrare, finendo per sottovalutare anche scienziate del calibro di Margherita Hack o Amalia Ercoli Finzi. Di cosa ci stupiamo, del resto, se è da quando Achille stuprava da morta Pentesilea, la regina delle amazzoni, se è dal ratto delle sabine, atto fondativo di Roma, che leggiamo senza batter ciglio storie di donne come prede passive!

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In questo 2 giugno del 2026, forse per la prima volta l’ anniversario del suffragio universale che avviò il percorso delle donne italiane verso una piena cittadinanza non si sta riducendo alla celebrazione di una vuota ricorrenza, ma sta rammentando  a un paese distratto che ricordare significa operare una manutenzione della democrazia. E che La Repubblica non è nata solo nei palazzi, ma anche nelle cucine, nei campi, nelle fabbriche e nei giornali clandestini di chi ha combattuto contro l’invisibilità.

Per questo continuo a pensare a mia nonna e a quelle donne che nel 1946 si tolsero il rossetto per tracciare la nostra strada. Viva la Repubblica, viva le donne al voto.

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