di Annamaria Pezzimenti
Una scena comune, può accadere ogni giorno, ed in fondo ovunque. Pieno giorno, il bus arriva alla fermata con il cartello “Fuori servizio” sul parabrezza. Si ferma un secondo, le porte chiuse, poi riparte. In piedi sul marciapiede a fine maggio, i viaggiatori guardano l’autobus allontanarsi sotto un sole che a quell’ora già pesa come piombo. Non è la prima corsa che salta della mattina. L’unica soluzione è affidarsi al servizio taxi cittadino.
Succede a Siena, sulle linee Pollicino – i piccoli bus elettrici che collegano le frazioni e i quartieri collinari al centro – ma non solo. Un servizio pensato per chi non ha l’auto, per gli anziani, per chi abita dove le strade sono strette e le gambe non portano lontano, per arrivare nelle zone ZTL. Un servizio che però, negli ultimi mesi, sembra essersi trasformato in una scommessa. La domanda è ricorrente: ci sarà o non ci sarà?
Questo tipo di racconto si sente spesso, a volte con parole indignate, a volte solo fatti precisi, senza urla, ma con tutta la stanchezza di chi quella storia l’ha vista ripetersi troppe volte. Non è un episodio isolato, ma una routine. Cosa c’è dietro?
Anna Ferretti, consigliera comunale e capogruppo del Pd, ha portato la questione in aula e ha ottenuto una risposta dall’assessore Capitani: ad aprile si è verificata una concentrazione anomala di guasti ai motori dei mezzi Pollicino. In contemporanea, il subaffidatario del servizio, cioè l’azienda a cui Autolinee Toscane ha appaltato una parte del lavoro, aveva una carenza di autisti. Le due cose insieme hanno prodotto il vuoto, e quindi corse saltate, persone lasciate a terra, attese sotto il sole.
Arriva la risposta istituzionale del Comune che ha avviato un’interlocuzione con Autolinee Toscane e con la Regione, chiedendo misure correttive. L’azienda ha assicurato di aver già avviato le verifiche necessarie, e si cita una clausola contrattuale che permette di non pagare penali se il servizio viene comunque garantito entro trenta minuti dalla corsa mancata. Trenta minuti al sole, in piedi, magari con le borse della spesa. Trenta minuti che per una persona anziana non sono pochi. Trenta minuti, che per chi deve entrare a lavoro, o ha un appuntamento, significa arrivare in forte ritardo.
Il punto che rimane, al di là dei comunicati, è quello della fiducia. Un servizio pubblico funziona davvero solo se le persone possono contarci, se sanno che l’autobus passa e non devono sperare. Quando quella certezza viene meno, sì, anche solo qualche volta, anche solo su certe linee, qualcosa inevitabilmente si rompe. E non è facile ripararlo con una delibera.
Chi è alla fermata intanto attende, o chiama il taxi se se lo può permettere. Probabilmente non è la prima volta e, se le cose non cambiano, non sarà l’ultima. Intanto il Comune ha pagato per quel servizio, coi soldi pubblici, cioè di tutti. Anche di chi è alla fermata e non sa se il prossimo bus arriverà.