Tra guerra e ideologia: Elena Testi presenta “Genesi”

Un incontro partecipato attorno al libro dell'autrice che intreccia fonti, testimonianze e attualità: dal conflitto a Gaza alla crisi della sinistra, fino al tema della propaganda e della complessità del racconto.

Tra guerra e ideologia: Elena Testi presenta “Genesi”
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

24 Maggio 2026 - 22.06


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di Gabriella Guaiti

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Sabato pomeriggio, alla Libreria Becarelli, Elena Testi ha presentato “Genesi: soldi, crimini e impunità. Storia dell’estrema destra israeliana”. Un libro che si attraversa con il ritmo e la tensione di un grande romanzo nero — criminale, cupo, inquietante — con una differenza decisiva e quasi insostenibile: tutto ciò che racconta è vero. Tutto documentato.

Ed è proprio questo il dettaglio più impressionante. In fondo al volume compare un QR code attraverso il quale è possibile scaricare integralmente fonti, documenti e una bibliografia sterminata che, se fosse stata stampata, avrebbe più che raddoppiato il numero delle pagine già imponente del volume. Un archivio di prove che accompagna il lettore dentro una genealogia politica e ideologica costruita con rigore quasi ossessivo.

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Le figure che scorrono in queste pagine — alcune note da anni sulla scena internazionale, altre quasi sconosciute ma fondamentali nella lunga marcia dell’estrema destra israeliana verso il potere — non vengono mai descritte. Elena Testi compie una scelta narrativa radicale: non ce le descrive, non le giudica. Ce le lascia conoscere soltanto attraverso ciò che fanno, ciò che decidono, ciò che pronunciano. Ed è sufficiente.

Un incontro partecipato non soltanto per il numero delle persone presenti, ma per la qualità dell’ascolto, delle domande e degli interventi. Un confronto serio, appassionato, attraversato da inquietudini profonde e da polemiche esplicite.

Elena, lei ha lavorato anche in altri scenari di guerra: perché questo conflitto è diverso? Perché suscita un coinvolgimento così forte?

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È vero, questo è un conflitto profondamente sentito, molto più di altri, come ad esempio la guerra in Ucraina. Credo che il motivo sia che tutti, in qualche modo, ci sentiamo coinvolti. È la percezione dello scontro tra il più forte e il più debole, tra Occidente e Oriente. Per molti non è semplicemente un conflitto: è il conflitto. E le immagini dei civili di Gaza hanno scosso profondamente le coscienze. Al punto che anche chi inizialmente sosteneva una posizione precisa oggi chiede a Israele di fermarsi, perché ciò che sta accadendo non appare più come una guerra, ma come una vendetta.

Che cosa l’ha sorpresa di più del pubblico italiano quando si parla di Israele e Palestina? E ha mai avuto paura di essere trascinata dentro una “tifoseria”?

Ogni incontro è diverso, ogni dibattito è un’esperienza nuova. Molti vogliono capire se esista ancora una parte della società israeliana disposta al dialogo.

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Non ho paura di essere trascinata in una tifoseria. Ho piuttosto il timore di non riuscire a raccontare fino in fondo la complessità del conflitto e il dolore di entrambi i popoli. Perché quel dolore esiste, da entrambe le parti.

Durante il confronto con il pubblico ha parlato della necessaria equidistanza del reporter. Ma è davvero possibile restare equidistanti di fronte a un genocidio?

Essere equidistanti significa mantenere la stessa distanza rispetto a due o più punti. Se non lo facessi, se scegliessi una sola parte, non riuscirei più a osservare con lucidità anche l’altra. Non riuscirei, per prima, a interrogarmi davvero su ciò che accade dentro una società. Verrei risucchiata dalla mia opinione personale.

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Il mio compito è raccontare i fatti e permettere a chi legge o ascolta di costruirsi una propria opinione. Altrimenti non riuscirei a cogliere lo smarrimento di alcuni giovani soldati israeliani, né a comprendere l’ideologia violenta che anima certi coloni. Mostrare i villaggi palestinesi distrutti, essere presente sul posto: questo, per me, è molto più importante della mia opinione personale.

Non pensa che in Occidente ci sia una profonda discrepanza tra quanto conosciamo del mondo israeliano e quanto sappiamo davvero del mondo arabo? E quanto ha pesato, nel suo lavoro, non poter entrare a Gaza?

Credo che la storia di entrambi i popoli sia poco conosciuta. Molti fanno confusione, e la retorica dei social non aiuta.

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Esiste una polarizzazione fortissima, difficile da contrastare. Eppure, quando incontro le persone, le trovo spesso disponibili al dialogo, desiderose di capire insieme. Ma questo conflitto non può essere ridotto a uno schema di “buoni” e “cattivi”. È una vicenda lunga, complessa, con responsabilità diffuse che coinvolgono tutti, compresi i Paesi arabi.

Non poter entrare a Gaza ha pesato moltissimo, per tutti noi giornalisti. È difficile raccontare ciò che non si può vedere e verificare di persona. E per questo sento il dovere di ringraziare chi ha perso la vita cercando di salvare gli altri: persone che spesso ci hanno aiutato a comprendere ciò che stava accadendo dentro la Striscia.

Nel suo libro i confini tra religione, politica e identità sembrano continuamente intrecciarsi. Ha l’impressione che oggi la politica abbia sempre più bisogno del sacro per mobilitare le persone?

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Purtroppo sì. In Europa, almeno per ora, siamo relativamente al riparo da questa dinamica. Ma basta guardare agli Stati Uniti e al peso enorme degli evangelici nell’amministrazione Trump: sembra un’America che si consacra a Dio.

Lo stesso vale per Israele. Il sionismo di Ben Gvir e Smotrich è molto distante da quello di Herzl. È un sionismo intriso di immagini bibliche, con una forte componente messianica. Così come il fondamentalismo islamico al potere, come l’Iran che fonde religione e dittatura. Ogni estremismo per restare al potere sembra avere la necessità di una giustificazione divina.

Durante l’incontro si è parlato delle imminenti elezioni israeliane e di scenari dominati dalla destra o dall’estrema destra. Esiste ancora una sinistra israeliana?

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La sinistra israeliana esiste ancora. Una delle sue figure più note è Yair Golan. Lo conosco, l’ho incontrato più volte. Mi è sembrato coraggioso quando disse che “i soldati non possono uccidere bambini innocenti”. Per quella frase venne duramente attaccato e fu costretto a una parziale retromarcia.

Ma oggi la sinistra israeliana è molto debole. C’è rabbia, c’è paura. È una società che si sta chiudendo in sé stessa e che non si sente compresa dal resto del mondo.

Poi però vai in Cisgiordania, superi il muro, e vedi l’ingiustizia: villaggi distrutti, un popolo palestinese martoriato, vessato, privato giorno dopo giorno della propria terra attraverso un meccanismo ormai consolidato. E allora speri che qualcosa possa cambiare. Ma è la stessa speranza che avevano i colleghi vent’anni fa. Nulla è migliorato: tutto, semmai, è peggiorato.

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Molti in Occidente leggono questo conflitto solo attraverso l’attualità immediata: attentati, guerra, diplomazia. Lei invece racconta decenni di sedimentazione ideologica. Perché abbiamo perso la capacità di guardare ai processi lunghi?

Questa è una bellissima domanda. Non solo abbiamo smesso di osservare i processi lunghi, ma non riusciamo più nemmeno a immaginare il lungo futuro.

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi nella società israeliana e palestinese non bastava guardare agli ultimi due anni e mezzo. Era necessario riscrivere la storia da un’altra prospettiva.

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Nel suo racconto emerge con forza il ruolo della comunicazione e della propaganda. Quanto conta oggi il linguaggio nel rendere accettabile ciò che prima sembrava impensabile?

Il linguaggio cambia gradualmente, a piccoli passi. Prima si introduce un concetto. Poi, nel momento in cui quel concetto non viene più respinto con forza da tutti, ma diventa oggetto di discussione — “va bene o non va bene?” — significa che è già stato sdoganato. E allora si passa allo step successivo.

È un meccanismo molto pericoloso. È accaduto in Israele. E sta accadendo anche nel resto del mondo, con Donald Trump e altri personaggi in Italia che preferisco non nominare per non fare loro pubblicità.

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C’è una scena, un incontro o un dettaglio raccolto sul campo che non è riuscita a togliersi dalla testa?

Il giorno della liberazione degli ostaggi. Ho pianto. Mi sono detta: “È finita la guerra”. E assistere alla fine di un conflitto è un’emozione straordinaria. Le persone ballavano, cantavano. Le madri abbracciavano i figli; altre piangevano ricordando chi non c’era più.

A Gaza i palestinesi festeggiavano. A Tel Aviv facevano lo stesso gli israeliani. Poi mi sono resa conto che nulla era davvero finito. E ho pianto di nuovo.

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Grazie per la sua disponibilità. Chiudiamo parlando di Siena: so che la ama molto. Ma è possibile non amarla?

Impossibile. Siena è una città di una bellezza straordinaria, unica. Ogni anno seguo il Palio per La7 e lo farò anche quest’anno. Non vedo l’ora.

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