di Augusto Mattioli
In un’aula del Palazzo di Giustizia di Siena è in corso l’udienza di un processo nel quale un uomo è accusato dalla moglie di aver tenuto nei suoi confronti comportamenti vessatori e violenti.
Non si tratta di un caso isolato. Nelle aule del tribunale è piuttosto frequente, per i cronisti di giudiziaria, imbattersi in conflitti familiari nei quali la donna è spesso la parte più debole.
Claudia Bini, l’avvocata della donna, che da anni si occupa di questi temi, sottolinea come casi del genere «siano frequenti. Spesso — evidenzia — alle violenze psicologiche si aggiungono quelle fisiche, economiche e verbali, oltre a minacce e insulti».
Ovviamente saranno i giudici a stabilire se le accuse rivolte all’uomo siano fondate. Nel corso di uno stringente interrogatorio condotto dall’avvocata — nel quale non sono mancate alcune contraddizioni — è emerso che, oltre agli aspetti psicologici, ci sarebbero anche problematiche legate alle difficoltà economiche e alla gestione del figlio nato dalla relazione tra i due, oggi compromessa.
«In questo processo c’è tutto questo», sottolinea Bini, con la quale è inevitabile, vista la sua esperienza, allargare lo sguardo oltre questo ennesimo caso.
Dalle sue considerazioni emerge chiaramente quanto sia ancora ampio il sommerso che fatica a venire alla luce.
«Il problema è culturale. Se una persona non è economicamente indipendente è più vulnerabile ed è più facile che venga sottoposta a violenza. Oggi, comunque, in queste situazioni si può fare affidamento sulla Convenzione di Istanbul del 2011».
Si tratta del primo trattato internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, adottato dal Consiglio d’Europa ed entrato in vigore nel 2014, che riconosce la violenza di genere come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.
«Un trattato che ha permesso di procedere più rapidamente nel perseguire reati di questo tipo, prima molto spesso cadevano in prescrizione e oggi devono invece essere trattati in via prioritaria. Ma c’è ancora molto da comprendere sulla violenza di genere, che riflette e alimenta rapporti di forza storicamente diseguali tra uomini e donne, e c’è ancora tanto da fare per consentire alle donne di intraprendere un percorso di rafforzamento personale e di uscita dalla violenza.
Intanto — precisa Bini — mancano i finanziamenti e diventano quindi difficili le azioni concrete: trovare un lavoro, una casa, conciliare l’attività lavorativa con la cura dei figli…
Il punto è che le donne in queste situazioni devono essere messe nelle condizioni di essere indipendenti e di costruire un percorso di uscita dalla violenza, come ha fatto la donna di cui mi sto occupando: con il supporto del centro antiviolenza Associazione Donna Chiama Donna ha lasciato casa, ne ha trovata un’altra, ha trovato lavoro, ha chiesto la cittadinanza e ha ripreso a guidare…
Il percorso che ha fatto è per noi motivo di grande orgoglio e rappresenta un esempio concreto e positivo».
C’è poi un aspetto che la legale mette particolarmente in evidenza.
«In queste situazioni c’è il rischio di normalizzare la violenza, che è un problema strutturale della società, e quindi di non riconoscerla. I meccanismi difensivi più utilizzati dagli uomini che agiscono violenza fanno leva proprio su questo: negano la violenza commessa, la minimizzano, fino ad arrivare a colpevolizzare la donna…
Fare i processi è importante e le sentenze sono necessarie per ristabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma sarebbe illusorio pensare che basti questo.
Serve un enorme lavoro culturale per eliminare i pregiudizi fondati sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli femminili e maschili.
E poi bisogna lavorare sulla prevenzione e sul recupero degli uomini condannati, per evitare le recidive. Servono reti interistituzionali sempre più solide, percorsi strutturati di uscita dalla violenza, formazione…
In una parola: finanziamenti. Mentre troppo spesso tutte le leggi si concludono con una clausola di invarianza finanziaria».
