Il processo per un maltrattamento ad una donna: se si va oltre l'aula del tribunale
Top

Il processo per un maltrattamento ad una donna: se si va oltre l'aula del tribunale

Nel dibattimento emergono aspetti psicologici, economici e legati alla gestione familiare. L’avvocata Claudia Bini: «Molti casi restano nascosti, servono strumenti concreti per favorire autonomia e uscita dalla violenza».

Il processo per un maltrattamento ad una donna: se si va oltre l'aula del tribunale
Preroll

RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

21 Maggio 2026 - 16.38


ATF

di Augusto Mattioli

In un’aula del Palazzo di Giustizia di Siena è in corso l’udienza di un processo nel quale un uomo è accusato dalla moglie di aver tenuto nei suoi confronti comportamenti vessatori e violenti.

Non si tratta di un caso isolato. Nelle aule del tribunale è piuttosto frequente, per i cronisti di giudiziaria, imbattersi in conflitti familiari nei quali la donna è spesso la parte più debole.

Claudia Bini, l’avvocata della donna, che da anni si occupa di questi temi, sottolinea come casi del genere «siano frequenti. Spesso — evidenzia — alle violenze psicologiche si aggiungono quelle fisiche, economiche e verbali, oltre a minacce e insulti».

Ovviamente saranno i giudici a stabilire se le accuse rivolte all’uomo siano fondate. Nel corso di uno stringente interrogatorio condotto dall’avvocata — nel quale non sono mancate alcune contraddizioni — è emerso che, oltre agli aspetti psicologici, ci sarebbero anche problematiche legate alle difficoltà economiche e alla gestione del figlio nato dalla relazione tra i due, oggi compromessa.

«In questo processo c’è tutto questo», sottolinea Bini, con la quale è inevitabile, vista la sua esperienza, allargare lo sguardo oltre questo ennesimo caso.

Dalle sue considerazioni emerge chiaramente quanto sia ancora ampio il sommerso che fatica a venire alla luce.

«Il problema è culturale. Se una persona non è economicamente indipendente è più vulnerabile ed è più facile che venga sottoposta a violenza. Oggi, comunque, in queste situazioni si può fare affidamento sulla Convenzione di Istanbul del 2011».

Si tratta del primo trattato internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, adottato dal Consiglio d’Europa ed entrato in vigore nel 2014, che riconosce la violenza di genere come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.

«Un trattato che ha permesso di procedere più rapidamente nel perseguire reati di questo tipo, prima molto spesso cadevano in prescrizione e oggi devono invece essere trattati in via prioritaria. Ma c’è ancora molto da comprendere sulla violenza di genere, che riflette e alimenta rapporti di forza storicamente diseguali tra uomini e donne, e c’è ancora tanto da fare per consentire alle donne di intraprendere un percorso di rafforzamento personale e di uscita dalla violenza.

Intanto — precisa Bini — mancano i finanziamenti e diventano quindi difficili le azioni concrete: trovare un lavoro, una casa, conciliare l’attività lavorativa con la cura dei figli…

Il punto è che le donne in queste situazioni devono essere messe nelle condizioni di essere indipendenti e di costruire un percorso di uscita dalla violenza, come ha fatto la donna di cui mi sto occupando: con il supporto del centro antiviolenza Associazione Donna Chiama Donna ha lasciato casa, ne ha trovata un’altra, ha trovato lavoro, ha chiesto la cittadinanza e ha ripreso a guidare…

Il percorso che ha fatto è per noi motivo di grande orgoglio e rappresenta un esempio concreto e positivo».

C’è poi un aspetto che la legale mette particolarmente in evidenza.

«In queste situazioni c’è il rischio di normalizzare la violenza, che è un problema strutturale della società, e quindi di non riconoscerla. I meccanismi difensivi più utilizzati dagli uomini che agiscono violenza fanno leva proprio su questo: negano la violenza commessa, la minimizzano, fino ad arrivare a colpevolizzare la donna…

Fare i processi è importante e le sentenze sono necessarie per ristabilire ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma sarebbe illusorio pensare che basti questo.

Serve un enorme lavoro culturale per eliminare i pregiudizi fondati sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli femminili e maschili.

E poi bisogna lavorare sulla prevenzione e sul recupero degli uomini condannati, per evitare le recidive. Servono reti interistituzionali sempre più solide, percorsi strutturati di uscita dalla violenza, formazione…

In una parola: finanziamenti. Mentre troppo spesso tutte le leggi si concludono con una clausola di invarianza finanziaria».

Facebook Comments Box

Autore

Native

Articoli correlati