di Andrea Mariotti
Qualche giorno fa, quasi nel silenzio generale, una grande azienda svedese che produce elettrodomestici, la Electrolux, ha annunciato come se nulla fosse esuberi che coinvolgono ben 1700 lavoratori: un ridimensionamento su scala nazionale da operare entro fine anno su cui non sono emersi margini di discussione e che riguarda prima di tutto le Marche e il nord-est (il 40% della forza lavoro). Una notizia drammatica che si aggiunge alle molte altre vicende della c.d. crisi del “bianco” e che ci riporta con il cuore e con la testa alla dura lotta che i nostri operai della BEKO stanno portando avanti nella nostra città.
Secondo uno studio GfK il settore di cui stiamo parlando viaggia sotto i livelli pre-covid e su volumi che sono paragonabili a quelli del 2014: se la fascia bassa vale la metà del mercato, quella media (dove si colloca quello in discussione) è scesa dal 40% al 34%. Allo stesso tempo la Cina non è più da un pezzo la fabbrica del mondo a basso costo e sta accumulando un vantaggio competitivo forte del quale i gruppi cinesi possono presentarsi nel mercato mondiale con i soldi in tasca per imbastire trattative e pretendendo -prima di investire- la pulizia dei conti e la chiusura degli impianti considerati inefficienti.
Mentre viene inferto un nuovo colpo al nostro mondo produttivo e alla sua capacità di produrre occupazione, merita peraltro rilevare come i sindacati abbiano unanimemente chiesto al governo che il dossier venisse preso in mano direttamente da Palazzo Chigi, sottraendolo al MIMIT dove già era stato convocato il primo “tavolo” per il prossimo 25 maggio: le aspettative delle parti sociali sui risultati del lavoro del Ministro Urso, evidentemente, non sono altissime.
Di fronte a tutto questo, diventa allora quantomai attuale una riflessione più ampia sulle crisi industriali e sulle politiche da intraprendere al riguardo. Sotto questo aspetto il Libro Verde del Partito Democratico per le politiche industriali, che è stato presentato a Siena lo scorso 23 gennaio alla presenza dell’ex Ministro Andrea Orlando, non è soltanto una voce che si inserisce all’interno del dibattito politico sulla re-industrializzazione: è l’unica proposta o strumento di riflessione programmatica che esiste oggi tra i partiti in Italia.
Per avere la prova che sia così, del resto, basta guardarci attorno. Nessuno dei temi che emergono dagli ultimi dati sull’economia italiana è in cima all’agenda di governo e il motivo è molto semplice: il governo su questi temi, idee o visioni non ne ha.
Se è vero che stiamo affrontando cambiamenti epocali senza precedenti, è infatti evidente che la questione industriale è in realtà una questione intrinsecamente politica.
Pensiamo alla transizione digitale. La globalizzazione del secolo scorso ha eroso e colpito in modo particolare la classe operaia; la transizione digitale oggi ha nel mirino quel ceto medio produttivo e cognitivo, appartenente anche al mondo delle professioni.
Ci sono allora due assunti che vanno riaffermati in maniera radicale: 1) occorre costruire una nuova forte domanda interna; 2) dobbiamo avanzare l’integrazione politica europea sul modello federale, in modo da guadagnare efficienza sia nel recupero delle risorse sia nel loro impiego.
Negli ultimi trent’anni, cioè, il ritornello delle cancellerie conservatrici diffondeva l’idea che la concorrenza fosse l’unica politica industriale possibile. Occorre invece ribadire adesso con forza l’esigenza di recuperare risorse economiche per sostenere e rilanciare l’industria del domani, sapendo che questi cambiamenti non possono essere affrontati con un fondo sovrano che è 1/15inferiore a quello più piccolo presente al mondo.
Questo passaggio è centrale per arginare quella che nel Libro viene giustamente definita “la geografia dello scontento e le sue conseguenze: populismo, disaffezione e antipolitica”.
E tale elemento, in totale discontinuità con le ricette del passato, si unisce perfettamente a quanto ribadito in altri report autorevoli, come l’esigenza di un mercato dei capitali unico (ogni anno si stima che 300 miliardi di euro di risparmi europei vengano investiti negli Stati Uniti) o il fabbisogno annuo di investimenti pubblici in Europa nel periodo 2025-2031 per quasi 1,2 trilioni di euro, più volte sottolineato da Mario Draghi (rapporto sul futuro della competitività europea) per evidenziare quanto è rimasto indietro il settore pubblico rispetto a quello privato.
Lo stesso Mario Draghi, del resto, ha avuto modo di esplicitarlo ancora meglio alcuni giorni fa, ritirando il primo “Carlo Magno”: cercare risposte all’interno di un sistema che non è stato concepito per le sfide di oggi non serve. Occorre invece superare l’eccessiva frammentazione e la dipendenza congenita dalla domanda estera: “Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero”.
Ma a questo punto il vero quesito è: come può il nostro Paese essere protagonista della rinascita europea e nella definizione di strumenti che abbiano l’ambizione di supportare la nostra re-industrializzazione (al pari di quanto fanno e hanno già fatto negli Stati Uniti o in Cina) se viene guidato da un governo che fin dal principio ha lavorato per archiviare qualunque forma di cooperazione continentale?
Come potranno affrontare le sfide del futuro le ricette sovraniste del governo Meloni, che si sono velocemente frantumate di fronte alla realtà degli ultimi tre anni, isolando il nostro Paese in Europa e rendendolo ancora più fragile (altro che “special relationship”) nel rapporto con il mondo produttivo degli Stati Uniti?
Il compito delle forze progressiste (liberali, socialiste, cristiano-sociali) allora sarà proprio questo: unirsi in Europa per costruire un nuovo futuro per i popoli europei.
Come hanno già detto autorevoli commentatori, abbiamo la possibilità di aprire una stagione nuova, una nuova polis: purché non si permetta alla macchina che produce ricchezza senza il sudore umano di confinare quella ricchezza soltanto a chi possiede l’algoritmo. Di più diciamo noi: purché non si lasci la macchina senza governo, non si rinunci a costruire un’architettura sociale nuova, in grado di identificare l’uomo come il fine vero e proprio della politica e della società.
Padre Paolo Benanti, massimo esperto di Intelligenza Artificiale, ha spiegato il momento decisivo che stiamo vivendo, citando una frase di Antonio Gramsci: “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”: impegniamoci invece a farlo nascere, impedendo al populismo sovranista di consegnare ai posteri soltanto macerie.
