L’urlo di Rapolano nella Giornata dell’Europa assediata da Trump

Nel giorno dedicato alla Dichiarazione Schuman, l’Unione Europea celebra le proprie origini mentre affronta pressioni economiche e politiche dagli Stati Uniti. Dall’AI Act ai dazi, fino alla spinta federalista che arriva da Rapolano Terme, il sogno europeo cerca nuove ragioni per resistere.

L’urlo di Rapolano nella Giornata dell’Europa assediata da Trump
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Ombre cupe si allungano sulla Giornata dell’Europa. Una festa concepita come tale nel 1985, a suggello dell’anelito comunitario del Vecchio Continente. La data del 9 maggio fu scelta per sottolineare la lungimiranza della Dichiarazione dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, che nel 1950 battezzò con parole quasi visionarie la nascita della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). I paesi fondatori furono Francia, Germania Occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo: la CECA è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero infine portato alla nascita di quella che è oggi l’Unione europea.

Altri tempi. Più sereni, anche se ancora erano tangibili i segni lasciati dalla guerra. Anni in cui c’era forte volontà a sognarlo con concretezza un mondo nuovo e migliore. Anche se stasera a Roma, culla dei Trattati comunitari, ci sarà spazio per un suggestivo spettacolo di letteratura per l’Europa, non si può dire che oggi si respiri aria di festeggiamenti sotto i cieli dell’Unione Europea. In primo luogo, perché siamo tutti invischiati in una contemporaneità intrisa di conflitti. E, per giunta, proprio l’Unione Europea che celebra in questi giorni i suoi primi vagiti, è nel mirino di una “guerra fredda” da parte del Presidente di quello che era il primo alleato dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti: gli Stati Uniti. Per Washington l’Occidente pare non sussistere più, disgregato dalle spallate dell’inquilino della Casa Bianca, ormai inviso anche al 70% degli americani.

Trump attacca militarmente l’Iran, provocando il dissesto dell’economia mondiale, e contemporaneamente tiene sotto scacco l’Unione Europea con il ricatto dei dazi. Pressione particolarmente odiosa perché finalizzata a impoverire l’Unione per mobilitare i sentimenti nazionalisti dei Paesi aderenti; e perché scatenata per favorire smaccatamente i colossi digitali americani in una competizione che Trump e le Big Tech vogliono senza regole. Il contrario di quello che intende l’Unione Europea, che si è dotata della prima legge al mondo sull’intelligenza artificiale – l’AI Act – in nome dei diritti dei cittadini, e di quel Regolamento Generale per la Protezione dei Dati che, da un decennio, si pone come argine alla monetizzazione scellerata dei nostri dati personali rastrellati sui social da parte delle aziende della Silicon Valley.

Il 24 novembre scorso a un pranzo offerto dai negoziatori europei a quelli americani, tra una portata e un’altra, tra un brindisi e una pacca sulle spalle, Howard Lutnick, Segretario al Commercio USA, dichiara che gli Stati Uniti sono disposti a ridurre i dazi su acciaio e alluminio imposti all’Unione Europea solo se Bruxelles adotterà una normativa digitale più “equilibrata” e meno stringente per le Big Tech. Mette sul tavolo anche la richiesta di una revisione delle regole come l’AI Act e la risoluzione dei casi aperti contro aziende americane come Apple, Amazon e Meta. 

Troppi lacci dall’AI Act? Probabile. Lo ha detto anche Mario Draghi in un report sulla competitività dell’Unione. Ma è proprio all’apice del pressing di Trump che la Commissione dell’UE guidata da Ursula von der Leyen presenta il Digital Omnibus, una riforma dell’AI Act che ne attenua l’impianto regolatorio. Così come negli intenti della Casa Bianca.

Continuano comunque le multe dell’UE ai colossi digitali. Quella inferta a Elon Musk il 1° dicembre scorso provoca una reazione inusitata. Il 23 dicembre gli Stati Uniti negano il visto d’ingresso a Thierry Breton, ex commissario europeo al Mercato interno e uno dei principali artefici della nuova regolazione digitale dell’Unione. Viene inibito l’accesso agli Stati Uniti anche ai rappresentanti di alcune organizzazioni non profit come HateAid (Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon) e il Center for Countering Digital Hate (Imran Ahmed), attivi nel contrasto ai discorsi d’odio online. Il Segretario di Stato Marco Rubio esprime il pensiero della Casa Bianca: “I cinque a cui non è stato concesso il visto hanno compiuto azioni concertate per costringere le piattaforme americane a sanzionare le opinioni alle quali si oppongono”.

Proprio nelle ultime ore La Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i nuovi dazi globali al 10% introdotti dall’amministrazione Trump lo scorso febbraio. Nonostante lo stop giudiziario, il presidente ha lanciato un ultimatum all’Unione Europea durante una telefonata con Ursula von der Leyen, fissando la scadenza del 4 luglio per ottenere concessioni commerciali, pena l’imposizione di tariffe ancora più alte.

C’è poco da festeggiare, dunque. Eppure, l’Unione Europea è l’unica strategia di fuga possibile dalle scorribande di Trump, in un momento storico in cui l’ordine mondiale non esiste più e in cui il bisogno di pace è impellente. Giova, per questo, tornare indietro alla Dichiarazione Schuman: “La pace mondiale – disse il 9 maggio 1950 il Ministro degli Esteri francese – non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. (…) La produzione europea sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al miglioramento del livello di vita e al progresso delle opere di pace”. 

Parole che evidenziano una distanza abissale dai tempi che stiamo vivendo, segnati dalla follia bellica innescata da Trump, da Netanyahu, così come da Putin.

È per questo che merita attenzione una iniziativa del Comune di Rapolano Terme, in prima linea nel sostegno alla creazione degli Stati Uniti d’Europa. Obiettivo inserito nel proprio Statuto comunale a febbraio 2024, nonostante una inopportuna reprimenda prefettizia. L’amministrazione, guidata dal sindaco Alessandro Starnini, promuove attivamente il progetto di uno Stato federale europeo per rafforzare l’unione politica, democratica e l’autonomia del continente. Il 17 aprile 2026, la Sala Consiliare ha ospitato un confronto sul tema con rappresentanti istituzionali, politici (tra cui Dario Nardella e Simona Bonafè) e giornalisti. Rapolano ha proposto l’istituzione di un comitato provinciale a Siena e un percorso formativo per dieci giovani, per costruire il progetto a partire dalle comunità locali. Il sindaco Starnini sostiene la necessità di uno Stato federale unitario e democratico per affrontare le sfide economiche e tecnologiche globali, partendo da una spinta dal basso: dai piccoli paesi, dalle città, dai giovani. 

Sembrerà un intento effimero, tanta è la distanza in scala tra i problemi globali e gli intenti di un piccolo comune come Rapolano Terme? Razionalmente, può darsi. Ma se a Washington regna la follia e a Bruxelles un’ovattata timidezza nell’arginare l’offensiva trumpiana, l’“urlo” di Rapolano Terme, desta almeno attenzione. E rispetto.

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