di Silvia Folchi
E così il decreto legge n. 23 del 24 febbraio 2026 introduce la misura del fermo preventivo fino a 12 ore nei confronti di persone rispetto alle quali, in occasioni di pubbliche manifestazioni, «esista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione».
La limitazione della libertà personale – che l’art. 13 della Costituzione definisce inviolabile, precisando che «non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge» – viene invocata, secondo un paradigma preventivo-repressivo, a supporto della sicurezza collettiva grazie allo strumento eccezionale del decreto legge.
Dunque, per ipotesi, nell’imminenza di una manifestazione pubblica, ufficiali o agenti di polizia potrebbero accompagnare nei propri uffici, e lì trattenere fino a 12 ore, le 50 persone che il 3 ottobre scorso a Massa hanno pacificamente manifestato contro il genocidio in atto a Gaza, e che rischiano di andare a processo per rispondere del reato di interruzione di servizio pubblico e blocco ferroviario. E sempre per ipotesi, dato che tra quelle persone vi sono diversi sindacalisti, militanti e dirigenti dell’Anpi, potrebbe esistere il fondato motivo di ritenere che si cominci a guardare con sospetto, e magari a fermare preventivamente, per un principio di transitorietà della presunta pericolosità sociale, sindacalisti e militanti dell’Anpi alla vigilia di manifestazioni in altre città.
Una volta stabilito che siamo in un clima di eccezione, è il sistema che crea il reato, e che trasforma il dissenso in crimine. E come sappiamo, non è la prima volta che questo accade nel nostro Paese. Durante il ventennio non si contano i fermi preventivi attuati in occasione delle visite del duce o degli alti gerarchi, o di ricorrenze come il Primo maggio, quando gli antifascisti più in vista venivano tratti in arresto senza motivo e detenuti per alcuni giorni in modo che fosse garantita la pulizia nelle città.
Quanto all’espressione palese del dissenso, guardando soltanto a pochi casi che interessano alcune donne del senese condannate dal Tribunale speciale in quel triste periodo (non casualmente la Costituzione ha poi vietato, con l’art. 102, l’istituzione di tribunali speciali), sono interessanti le vicende di Adalgisa Sabatini Bisconti e Olga Fabbrini Flori, di Abbadia San Salvatore, arrestate dalla Gnr e trasferite nel carcere di Santo Spirito a Siena in seguito alla manifestazione del 5 marzo 1944 ad Abbadia, in cui molte donne, ragazzi e minatori attraversano il paese cantando Bandiera Rossa e gridando “vogliamo il pane”. O delle sorelle Elda e Lidia Koch, anche loro di Abbadia, condannate per aver protestato a Roma contro l’entrata in guerra, come si legge nella sentenza n. 97 del 19/7/1940: «Nel giugno 1940 due sorelle mettono in subbuglio la borgata Quadraro di Roma. Asseriscono apertamente che è giunta l’ora di farla finita con il fascismo e prevedono che ‘dopo la guerra scoppierà una rivoluzione e Mussolini sarà ucciso’. Oppongono quindi accanita resistenza ai poliziotti mandati ad arrestarle». Accusate di apologia del sovvertimento statale e resistenza alla forza pubblica, le Koch sono condannate a un anno di carcere ciascuna. Ida Machetti, di Petroio, è denunciata nel luglio 1941 per aver detto «Questo muso nero, farabutto, vigliacco e ladro di Mussolini ha rubato allo stato e a noi, ha aggravato le tasse per far la dote alla figlia; ha comprato mezza Maremma». Cesira Malocchi nel giugno 1941, in una macelleria di Murlo, dopo aver appreso che non avrebbe ricevuto alcuna razione di carne, ed avendo detto “accidenti a Mussolini”, è severamente diffidata.
C’è poi il caso di Natalina Barbieri, di Sinalunga, che il 14 febbraio 1942, all’età di 53 anni, è condannata a ben due anni di confino a San Mauro Forte (Matera) per offese al capo del governo, avendo pronunciato in pubblico frasi sboccate all’indirizzo di Mussolini. Secondo l’informativa che la prefettura di Siena invia al Ministero dell’Interno, «la donna in oggetto, trovandosi in una salumeria di questa città, mentre la proprietaria del negozio affettava del salame, si permise di fare delle odiose e sboccate allusioni dicendo: “vorrei affettare la fava di Mussolini”».
Abbiamo il fondato motivo di credere che sia il dissenso, più che la violenza, a infastidire la destra. Oggi come ieri.
