Il predicatore che racconta il riso di dio, la tragedia di Giulia che scuote le coscienze 

Dalla comicità irriverente di Dio che ride con Favino al racconto del femminicidio di Giulia Cecchettin, passando per il cinismo di McDonagh e i drammi di Bonnell e Zvyagintsev: una settimana di proposte ricche e variegate nelle sale cittadine.

Il predicatore che racconta il riso di dio, la tragedia di Giulia che scuote le coscienze 
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5 Novembre 2026 - 17.57


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di Vincenzo Coli

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Tempo di malinconici foliage sull’asfalto, spettacolo per chi ama i lunghi singhiozzi dei violini d’autunno, lacrimava quella poesia di Paul Verlaine che dagli anni delle medie non abbiamo più dimenticato. Curiosa analogia: non s’acquietano nemmeno col miorilassante i lunghi singhiozzi giornalieri cui va soggetto chi ama lo spettacolo del cinema. Colpa degli orari sincopati, due o anche tre film diversi al giorno, uno spicinìo al pari delle foglie morte, e bravo chi riesce a beccare e prenotare al primo tentativo il titolo desiderato. E poi, tranne il fine settimana, addio ultima proiezione delle 22,30, com’era bello uscire a mezzanotte. Ma con quanto ci siamo lamentati di recenti carestìe, ora vogliamo criticare tanta generosità nell’offerta? 

Il Metropolitan presenta Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Carlo Cecchi, Paolo Rossi (almeno fino all’11 novembre, 18,30 e 21, ma sabato 7 ore 16,20 si pensa anche ai bambini con l’animazione, Il gatto col cappello). Veronesi, pratese della scuola toscana già in  pista dagli anni ottanta, sceneggiatore per il concittadino Nuti, Pieraccioni, Verdone, Ceccherini. Poi regista: Il barbiere di Rio, Viola bacia tutti, Il mio West, Manuale d’amore 1, 2 e 3, Italians, Non è un paese per giovani. Comedy classe media, gradevole senza essere volgare, anche gli incassi bene ma non benissimo. Veronesi cambia passo con il suo film più ambizioso, ricco di sottotesti, ben scritto (lo stesso regista più altre dieci mani) e meglio recitato. Presente fuori concorso e con un certo successo a Venezia, in questi giorni andante forte al botteghino. Modello, più che il maestro Monicelli, il Francesco giullare di Dio di Rossellini. Seicento, secolo di contrasti, gli straccioni nelle tele di Caravaggio, in San Pietro i marmi abbaglianti del Bernini. Fra Leopoldo da Casamacchia (Favino che una volta di più incanta col suo fregolismo fisico e verbale), analfabeta arguto, racconta ai poveri cristi il Vangelo, cogliendone tutti i lati paradossali e buffi, comici addirittura. Del resto l’eventualità che Dio, nella sua infinita saggezza, rida, fu contemplata anche da papa Bergoglio. Comunicatore semplice e sublime, fra Leopoldo surclassa gli altri predicatori che divulgano solo paure. Il suo pubblico, abituato a una Chiesa tetra e oppressiva, lo ama. Al punto da indurre il frate a creare un nuovo ordine religioso. A questo punto papa Innocenzo X (Cecchi grande attore teatrale all’ultima performance della vita) affida al cardinale inquisitore Maculani (Orlando, ormai specialista degli abiti talari) il compito delicato di risolvere la deviazione dall’ortodossia. Lo schema è il solito: convincere e riportare all’ovile, sopire, nel caso troncare. Tempi duri per grandi e piccole eresie, in Campo dei Fiori si respirano ancora le ceneri di Giordano Bruno. Fra Leopoldo è trascinato a processo, ma i giudici non sembrano insensibili al  carisma. Alla fine, se non altro, avrà aiutato una giovane moglie a liberarsi dalla sottomissione al marito violento. 

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Alessandro VII, Se domani non torno, di Paola Randi, con Filippo Timi, Massimo Scola, Sabrina Martina, Tecla Bossi, Tommaso Allione (almeno fino al 10 novembre, venerdì 6, lunedì 9 e martedì 10 alle 18, sabato 7 e domenica 8 ore 15,30 e 20).  Racconto asciutto e coinvolgente del femminicidio di Giulia Cecchettin, che per il contesto (l’amore tra la ragazza, il meraviglioso padre Gino, il fratello e la sorella, contrapposto alla tossicità del rapporto col fidanzato omicida) e per la modalità efferata, ha scosso le coscienze più di ogni altro atto criminoso. Una storia straziante, restituita con i canoni classici della tragedia ma in modo pudico e rispettoso, e proprio per questo capace di toccare il cuore.   

Sempre all’Alessandro VII, Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Ailín Salas, Mariana Di Girolamo, (sabato 7 e domenica 8 novembre ore 18,40 e 22, venerdì 6, lunedì 9 e martedì 10, ore 21). Settembre 1973, nei giorni del golpe fascista cileno due  agenti della Cia sono in vacanza all’isola di Pasqua. Forse per crearsi un alibi? Il più anziano Chris (Malkovich), che in carriera ne ha combinate di ogni e sembra abbia ricoperto un ruolo nell’assassinio di John Kennedy, mostra comportamenti strani, comincia ad avere problemi di memoria e forse più rimpianti che rimorsi; il giovane Lee ha l’incarico di sorvegliarlo, ma quando Chris manifesta l’intenzione di scrivere un libro di memorie, il capo della CIA alza il culo dalla poltrona e compra un biglietto aereo… Mc Donagh firma un piccolo capolavoro di comicità e cinismo, da Malkovich continua a promanare un fascino attoriale indiscutibile almeno da Le relazioni pericolose in poi. Quanti interpreti hanno ricevuto l’omaggio del proprio nome nel titolo di un film (Essere John Malkovich)?

Al Nuovo Pendola Nel silenzio delle stanze di Jerome Bonnell, con Swann  Arlaud, Louise Chevillotte, Emmanuelle Devos (7, 8, 9 novembre ore 20, 30, 11 novembre ore 18 in versione originale). Inizio Novecento. Ne succedono di cose in un casa signorile della Normandia. Victoire non ama André, l’anaffettivo marito notaio, disprezzato dalla madre Mathilde dispotica e invalida: nell’intimità si nega al consorte ed è dedita solo al flauto. L’uomo cerca di consolarsi con la giovane domestica Céleste che ha un triste passato di violenze sessuali familiari, e la mette incinta. André che pensava di essere sterile è al settimo cielo e pensa di poter ritrovare l’armonia con la moglie allevando insieme il bambino. A sorpresa, Victoire accetta, ma il nuovo assetto domestico scatenerà dinamiche impreviste. Detta così, e trovandoci nella Francia storicamente attratta, e senza tanti moralismi, dalle cose dell’amore, sembrerebbe una commedia in odor di pochade, farsa tutta equivoci e intrighi. Invece è un dramma a sfondo sociale, ben costruito e sensibile nel mettere in scena la vessatoria mentalità patriarcale di André e le solitudini, segnate dalla diversità del rango ma sostanzialmente simili, di Victoire e Céleste.  

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Il 7 e 8 novembre ore 18 è in programma Minotaur di Andrey Zvyagintsev
con Dmitriy Mazurov, Iris Lebedeva, Boris Kudrin, Grand Prix Speciale della Giuria al 79° Festival di Cannes, coproduzione Francia, Lettonia, Germania.   In una città russa di provincia Gleb, dirigente benestante, vive in piena tranquillità con la bella moglie e il figlio adolescente. Ma la guerra con l’Ucraina determina una crisi aziendale e l’uomo, che vede minate tutte le  vecchie sicurezze, scoprirà il suo lato oscuro. Già Leone d’oro a Venezia con Il ritorno, il regista russo Zvyagintsev è stato costretto a farsi almeno temporaneamente esule, per poter raccontare liberamente il malessere che sta montando nel suo Paese. 

Il 9 e 10 novembre ore 18,30 e l’11 novembre ore 20,30, Il canto di Alina, di Ilaria Braccialini e Federica Oriente, con Caterina Truci, Adriana Papana, Cristiano Caldironi. Due ragazze moldave affrontano la pericolosa rotta balcanica per giungere in Austria, ma cadono in mano al racket della prostituzione dal quale riescono a sfuggire affrontando una serie di peripezie. Opera prima di due giovani cineaste, incalzata dall’urgenza della cronaca e ispirata dalla passione del racconto. I due ingredienti che furono alla base del neorealismo. Quanto serve per meritare simpatia e incoraggiamento.  

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