David Rossi, la verità non si cerca in tv: Siena chiede rigore, non show

Dopo l’anticipazione televisiva sul presunto mandante dell’omicidio, il Pd e l’Ordine dei giornalisti contestano il comportamento del presidente della Commissione d’inchiesta Vinci. Siena rischia di restare ancora una volta ostaggio dei rancori del passato, proprio mentre si prepara una possibile svolta per Mps. Intanto le forze sindacali convocano per il 29 ottobre, mentre si riunirà l’assemblea degli azionisti, un sit-in in difesa dell'integrità del gruppo.

David Rossi, la verità non si cerca in tv: Siena chiede rigore, non show
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

21 Ottobre 2026 - 17.38


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Che la morte di David Rossi pesasse come un macigno sulla coscienza della città, Siena lo ha sempre saputo. Lo sgomento attraversò le strade fin dal giorno in cui il corpo del responsabile della comunicazione di Mps fu trovato ai piedi della finestra del suo ufficio. A provarlo furono sia quanti lo avevano conosciuto sia chi ne aveva soltanto sentito parlare per il ruolo che ricopriva. Poi vennero le accuse e i rancori, in un calderone nel quale finì stritolato anche il buonsenso. Un clima che non fu estraneo al cambio di amministrazione del 2018, una svolta nella quale il risentimento sembrò contare più della speranza.

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Oggi i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sembrano dare nuovo peso all’ipotesi di omicidio sostenuta da anni dalla famiglia. La città ha guardato a quell’attività come a un’occasione di chiarezza, nella speranza che dalla chiarezza potesse finalmente nascere giustizia.

Poi, pochi giorni fa, la brusca inversione di rotta. Il presidente della Commissione, Gianluca Vinci, di Fratelli d’Italia, ha anticipato al giornalista Massimo Giletti un’accusa sconvolgente: secondo testimonianze ancora da verificare in sede giudiziaria, il mandante dell’omicidio sarebbe stato l’allora presidente di Mps, Giuseppe Mussari. Un’uscita che ha incrinato la fiducia nel lavoro della Commissione, proprio mentre in città cresceva l’attesa per i suoi risultati. Accuse di questa gravità riaprono ferite mai rimarginate e riportano Siena in quel clima nel quale responsabilità, risentimenti e ricerca della verità finiscono nuovamente per confondersi. Con un sospetto in più: che la vicenda stia già diventando materia da campagna elettorale.

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Le reazioni sono state diverse, inevitabilmente condizionate anche dalla maggiore o minore vicinanza ai protagonisti: Siena è una città piccola, dove tutti si conoscono. Ma su un punto le critiche convergono: non è così che si serve la ricerca della verità. Se sono emersi elementi di possibile rilevanza penale, la strada da percorrere è quella della magistratura, non quella dell’anticipazione televisiva.

Alla prima reazione dell’interessato — «È una follia, querelerò» — si è aggiunta quella della famiglia Rossi, che rimette alla magistratura, e non alle cronache televisive, la valutazione dell’attendibilità delle testimonianze e dei nomi emersi.

Sono poi intervenuti i componenti del Pd nella Commissione, Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi, prendendo le distanze dalla gestione di Vinci. «Prima la fuga di notizie riservate, di cui non conosciamo l’origine e sulla quale non ci risulta sia stata aperta un’istruttoria, poi la diffusione televisiva di nomi e responsabilità ancora da verificare», hanno dichiarato. Per i dem, la Commissione «non può trasformarsi in un tribunale né trasformare ipotesi in sentenze».

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Si è fatto sentire anche Carlo Bartoli, presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti: «Ogni giorno noi giornalisti riceviamo lezioni sulla rigorosa applicazione del principio costituzionale della presunzione di innocenza e poi dobbiamo prendere atto della violazione delle più elementari norme del diritto da parte del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta».

Così Siena rischia di essere ricacciata ancora una volta nel passato, invitata a riscoprirsi rancorosa e stanca proprio mentre avrebbe bisogno di guardare avanti. Perché, mentre la città torna a dividersi sulle ferite di ieri, sul suo futuro economico si addensano interrogativi tutt’altro che secondari.

In questi stessi giorni Intesa Sanpaolo lancia una campagna pubblicitaria rassicurante. Ma dietro questa rappresentazione si profila una questione ben più grande: il futuro di Mps, la banca più antica del mondo ancora in attività, il suo rapporto storico con Siena e con i territori, il patrimonio economico, culturale e sociale che rappresenta, l’attenzione al welfare. Nel silenzio connivente del Governo, proprio Intesa è quella che potrebbe decretarne la fine. Come se Siena, prigioniera del passato e dei suoi rancori, fosse ormai pronta a essere cotta e mangiata, mentre il «bello» e il futuro si trasferiscono altrove.

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Ma Siena non è un miscuglio di pochezza e loschi individui. Non può essere ridotta ai suoi conflitti, né condannata a riviverli all’infinito. Ha il diritto, e il dovere, di pensare al futuro dei suoi figli. E per farlo deve pretendere verità, rigore e responsabilità, senza lasciare che il rumore degli scandali oscuri le questioni decisive per il suo domani. Siena può ancora avere uno scatto d’orgoglio. Ma deve scegliere di farlo.

Intanto le forze sindacali hanno convocato per il 29 ottobre, mentre si riunirà l’assemblea degli azionisti per compiere le scelte decisive, un sit-in in difesa dell’integrità del gruppo, delle funzioni direzionali e della presenza della banca nei territori.

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