«Sono tanto emozionato»: quando le parole perdono significato

Dalla rivoluzione culturale che ha sdoganato i sentimenti in pubblico all’abuso di formule stereotipate in tv e sui social, un viaggio nella lingua quotidiana tra impoverimento lessicale, fragilità esibita e autenticità a rischio. Perché anche le parole, quando si consumano per eccesso, smettono di raccontare ciò che proviamo.

«Sono tanto emozionato»: quando le parole perdono significato
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

13 Ottobre 2026 - 15.16


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di Vincenzo Coli

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“Invettive d’amore” scagliò Alda Merini, e nei suoi versi la passione fisica si struttura perdutamente in poesia. Lalla Romano le aveva fatto eco preventivo con varianti sentimental-familiste, indirizzando non all’amante bensì al figlio “Le parole tra noi leggere”. Dipende dalle intenzioni e dal tono, ma se questi cedono all’animosità, avvertì Carlo Levi, “Le parole sono pietre”. Questione di pesi. E di estremi: uno (Merini – Romano) misura gioie e dolori procurati dal linguaggio d’amore vocato a perpetuare la specie, l’altro (Levi) organizza il contrasto a povertà e sfruttamento che la sopravvivenza equa della specie minacciano. Nel mezzo, ci stanno le espressioni correnti del lessico quotidiano. Molte delle quali perfettamente vuote, disutili in modo irreversibile, rituali e soprattutto fastidiose. Sono tante, sono centinaia. Nella cronaca, nei talk-show televisivi, in certa politica, nello spettacolo che, qualunque cosa accada, deve continuare. Stanno svuotando di senso e di orrore – l’orrore capace di far prendere coscienza – la narrazione della guerra, non ancora totale e ibrida quanto si vuole. Tuttavia feroce, insostenibilmente. Le parole pronunciate per coazione a ripetere e senza assumersi responsabilità consegnano la vita al purgatorio dell’abitudine e dell’indifferenza. Si diffonde una neo-comunicazione verbale in apparenzafiga, alla moda, in realtà spia di ignoranza, sciatteria, sudditanza culturale imposta dall’egemonia della prevaricazione. E la prevaricazione, come sappiamo, discende dal combinato disposto di denaro e potere. Una forma, forse la più subdola, di violenza. Oscuri (?) portatori di interessi, in modo surrettizio, alcune parole le hanno introdotte nel mainstream, altre ce le siamo autoinflitte, sciaguratamente. Insomma, certe espressioni davvero non si possono sentire. Aspettando il parere della Treccani, proviamo a leggerne qualcuna. 

“Sono tanto emozionato/a!” 

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In principio fu Sergio Zavoli, grande giornalista poi presidente RAI, divenuto famoso negli anni Cinquanta quale cronista del giro d’Italia e inventore del processo alla tappa. Si piazzava sulla linea del traguardo, meglio se l’arrivo era in montagna, magari il passo del Pordoi. All’epoca mica c’erano le volatone di gruppo, il primo staccava gli altri di cinque minuti buoni. Appena l’uomo solo al comando passava  sotto lo striscione dell’ultimo chilometro arrancando tra due moti ondosi di appassionati, Zavoli schizzava dalla postazione, batteva sul tempo i massaggiatori muniti di asciugamani e borracce e gli piombava addosso, microfono in mano. Con un certo tatto, bisogna dire, essendo la gentilezza la sua cifra stilistica. E al povero cristo madido e sfiatato dopo 250 km di calvario, sparava sotto i denti: “Ma quanto sei emozionato? Piangi, campione, piangi…”. Domanda giornalistica forse, ridondante e indiscreta di sicuro. Comunque nessuno gliene fece mai una colpa, perché il cronista, per empatizzare col vincitore e coinvolgere gli spettatori, sfoggiava l’occhio umido delle grandi occasioni. E l’indice di gradimento faceva il botto (il livello d’ascolto non si sa, ma all’epoca c’era una trasmissione sola, doveva piacere per forza). Certo, se al ciclista la lacrimuccia proprio non scappava, lui non si peritava di tirargli calci negli stinchi fuori inquadratura, così quello frignava in favore di telecamera. Del resto il pubblico a casa voleva condividere il batticuore, non aspettava altro. Contava solo l’eccezionalità del gesto. Il collega Carlo Mazzarella, simpatica canaglia, lo ribattezzò “commosso viaggiatore”. 

Sergio Zavoli fu geniale nello sdoganare l’emozione palesata in pubblico. Evento che, a proposito di bici, coincide con un tornante cruciale della storia nazionale. Ormai vigeva la democrazia, ma durante un dopoguerra lunghissimo la psicologia di massa aveva mostrato una certa continuità rispetto al Ventennio. L’ideologia patriarcale fascista osteggiava l’ostensione di qualsiasi turbamento, o meglio: la delegava al genere femminile. All’uomo spettava, per pigra disciplina o per inadeguatezza, la negazione delle risorse emotive. La letteratura ne offre ampie testimonianze: Giovanni Drogo ne Il deserto dei tartari di Buzzati si reprime per dovere, Michele Ardengo ne Gli indifferenti di Moravia lo fa per noia, Pietro Rosi in Con gli occhi chiusi di Tozzi per povertà psicologica. 

Nella vita vera la pratica continuò sotto il potere targato DC, e la morale socialcomunista esemplata sulla cultura contadina e operaia, progressista nelle urne ma tradizionalista nel côté privato, non ritenne di rimetterla in causa. Era diversa e meno rigorosa la postura degli ambienti intellettuali, ma rimase confinata nei circoli e nei salotti. Gli uomini di sinistra avevano fatto la Resistenza rischiando la vita, erano capifamiglia e non potevano enfatizzare i moti del cuore, a rischio di dichiarare lo stato di crisi personale e la caduta di un modello sociale, l’unico conosciuto. L’attacchino di Ladri di biciclette che perde il lavoro causa il furto delle due ruote non si abbandona ai lucciconi; in vece sua lo fa il figlio, quando vede l’uomo rubare per compensazione e finire, il maldestro, pestato dalla folla. L’operaio che esce dal cinema si rispecchia e solidarizza, non si turba ma stringe i pugni e promette lotta dura al fianco dei compagni. Il sentimento pubblico è declinato come sempre al maschile, la risposta allo scacco individuale sarà collettiva. 

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Anche le donne combatterono nella Resistenza, stavano conquistando diritti civili importanti e in molte contrastarono con forza chi le voleva un passo indietro. La storia almeno in parte le avrebbe risarcite. Ma per ora, di fatto, una logica pervicacemente binaria affidava loro l’esclusiva del sentimento privato: rifugiarsi nella sfera intima, piangere, mostrare le pieghe dell’animo in sintonia con la maniera romantica ottocentesca, questo era un contegno considerato femminile, e in quanto tale plausibile. Una sorta di emarginazione spacciata per diritto peculiare. Rivendicato plasticamente in Amarcord di Fellini, la scena della signora anziana che a film terminato esce dal cinema Fulgor di Rimini e fissando l’obiettivo esclama raggiante: “Era tanto bello e ho pianto tanto!”. 

La parola stessa trovava poco posto nei discorsi della gente e ancor meno sui giornali. Al tempo, sul retro delle foto di famiglie sorridenti ai matrimoni o in gita, le annotazioni rassicuravano i posteri: tutti contenti sul lago di Como,  soddisfatti a cena dal matriciano. Nessuno era tanto sfacciato da azzardare l’aura della felicità, che ci poteva stare. Ma nemmeno un “guardate come siamo emozionati!”, eppure vent’anni dopo ai figli avrebbe fatto piacere.  

Poi, fine anni Cinquanta, arriva il miracolo economico: cresciuto il PIL, l’Italia è protagonista in Europa, il benessere introduce anche nelle famiglie operaie il telefono, il televisore, la lavatrice, la Fiat cinquecento  sotto casa. Tutto pagato a rate. Il cinema di Antonioni rompe col Neorealismo e col mito della rivoluzione proletaria, sposta il focus sulla crisi della borghesia, sulle fragilità del maschio facoltoso, soprattutto. La fine del disagio produce una novità nei comportamenti: provare una sensazione e sentire il diritto di rivendicarla, e raccontarla, e cantarla, è un lusso che ora tutti possono permettersi. Le italiane e gli italiani sfuggiti alla miseria non hanno più niente da dimostrare, ma vivaddio qualcosa da mostrare. Con il ‘68 questa libertà diventa un diritto, “il personale è politico!”. 

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Nel ‘70 la coppia Battisti – Mogol la combina grossa: titolando il solito 45 giri di successo, rùbrica alla voce “Emozioni” l’intento suicidario di “guidare a fari spenti nella notte”; tre anni dopo con “La collina dei ciliegi” i due sconvolgono l’adrenalina “planando sopra boschi di braccia tese”. Lucio forse si sente Iggy Pop in concerto rimbalzato dai fans, il socio paroliere – conoscendone l’orientamento – forse pensa a D’Annunzio e all’impresa fiumana, oggi al massimo potrebbe atterrare su un raduno di Forza Nuova. Fatto sta che nell’immaginario popolare per fascista passò il genio di Poggio Bustone. 

Con gli anni Settanta s’impone la società dei consumi spinta dalla pubblicità. Caduto il tabù, tutto riesce ad emozionare, chi più blandisce gli spiriti selvaggi più vende. Un brandy, uno stracchino, un dopobarba, un viaggio organizzato, un’auto. Comprami e farai un’esperienza. La virtù del prodotto slitta dalla dimensione  economica (ti faccio risparmiare) e qualitativa (sono buono) a quella sensibile (dopo di me, sarai una persona migliore). S’inaugura l’approccio relazionale tra il cliente e l’oggetto. Nasce una nuova specie d’amore.  

Mezzo secolo di accettazione del concetto arricchisce i rapporti interpersonali. Mezzo secolo di abuso del termine depaupera l’idioma. Ai giorni nostri, una trasmissione tv che regala l’onore del palco a bravi artisti di strada smuove in loro un’eccitazione psicomotoria giustificata. Magari, narrata con un po’ di fantasia sarebbe meglio. Ma la povertà lessicale e la scarsa conoscenza dei sinonimi e dei contrari producono il deserto: una sera ho contato quante volte i concorrenti e i conduttori hanno trillato: “Sono tanto emozionato/a!”. Quarantasette in due ore. 

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Nel 1999 Celentano canta candidamente: “Io non so parlar d’amore, l’emozione non ha voce”, e tanti ragazzi carenti in grammatica affettiva ci si ritrovano. I versi, e te pareva, sono ancora di Mogol.  

Pochi anni ancora e l’esplosione dei social questa voce la regalerà. Tribune digitali fino a quel momento impensabili a caterve di minchioni da bar, ma anche opportunità comunicative enormi alla Generazione Z, che ne approfitta. I giovanissimi affidano alla Rete, che tutto accoglie e moltiplica, la vitalità e la tenera spudoratezza proprie dell’età, si confessano, si aprono nel profondo, fanno delle emozioni il loro codice. Svelandone la combinazione avvisano: offro la mia fragilità, in me vedi una persona autentica, di me ti puoi fidare. I messaggini sono richieste d’aiuto, scialuppe di salvataggio, sollievo alle paure e alla solitudine. Sono un rischio. Se finiscono per sostituire l’interazione fisica e ti seppelliscono in casa. Se scambiano l’inquietudine sana, che serve a crescere, con una di quelle bravate cruente ordinate on line nei Social Media Challenge: rompo la testa a uno sconosciuto nella metro, dunque sono.  

A noi Baby Boomers non resta che l’esercizio della memoria, finchè c’è. Sergio Zavoli avrebbe adorato (ancora non c’era la tv) Primo Volpi ciclista da Castiglione d’Orcia, gregario fedele di Gino Bartali. Vinse la prima corsa importante a trentacinque anni, il Giro di Catalogna del 1951. Stravolto, davanti ai taccuini degli inviati descrisse così il suo turbamento, azzeccando il condizionale e ripescando un participio dei nonni contadini: “Non avrei mai creso!”.  

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