C’era una volta, nei primi decenni del Quattrocento, un novelliere senese passato alla storia come pseudo Gentile Sermini, che a vedere chi sedeva nei consigli della città proprio non ci stava. Per lui erano tutti “villani incittadinati”: «ciascuno ama la patria sua più che l’altrui», sentenziava, «costoro sono del contado, e per ragione amano più la patria loro che la nostra». Cittadini sì, ma col cuore altrove. Non senesi veri.
Nella novella La città di Scio liberata de’ villani (Scio, a occhio e croce, somiglia parecchio a Siena) il problema si risolve alla radice: una legge stabilisce che nessuno possa godere della cittadinanza se lui e i suoi non hanno abitato in città «cento anni almanco». Una norma che, applicata oggi, sfoltirebbe non poco le liste elettorali.
Sotto la patina letteraria c’è uno scontro vero tra città e campagna, portato dentro le mura: chi ha diritto di decidere su rendite, terre e territorio. E non è un’esclusiva senese. A Firenze Boccaccio si scandalizzava per governanti che venivano «da Capalle e da Cilicciavole, da Sugame o da Viminiccio, tolti dalla cazzuola o dall’aratro» e catapultati al magistrato maggiore. Filippo Villani non era più tenero con gli «uomini novellamente venuti da contado», poco pratici delle cose pubbliche e capaci di deliberare «in danno e vituperio del comune».
La morale è che ogni generazione ha i suoi cittadini “veri”, e ogni generazione scopre che i “veri” di ieri erano i villani di ieri l’altro.
Comunque i Sermini passano, i nuovi arrivati restano, e dopo un po’, puntualmente, si mettono a fare i selezionatori all’ingresso.
