di Serenella Civitelli
Il 2 ottobre si celebra la Giornata internazionale della nonviolenza, nella data della nascita di Gandhi, che ha dimostrato come sia possibile opporsi all’ingiustizia con coraggio e determinazione senza ricorrere alla violenza. Una lezione che oggi sembra dimenticata, mentre rischiamo di normalizzare l’aggressività, scambiando la prepotenza per capacità di affermarsi e persino di governare.
La cultura della sopraffazione attraversa istituzioni, lavoro, scuola e famiglie. Guerre e violenze individuali hanno dimensioni e cause diverse, ma riconoscono una radice comune: chi ha più forza o più potere pretende di imporre la propria volontà. È la filosofia dell’“homo homini lupus”, che trasforma l’altra persona in un rivale, un ostacolo o una preda da sottomettere. Un modello patriarcale e imperialista che può essere interiorizzato e riprodotto anche dalle donne.
Questo contesto, che svaluta chi viene considerato diverso, inferiore o più debole, ha assunto l’uomo- bianco e ricco – come modello universale e pone chiunque sia diverso-donne, etnie diverse, poveri …- in una posizione subordinata. Da qui la violenza, legata allo squilibrio di potere e alla negazione di ogni autodeterminazione- da quella delle donne a quella dei popoli- che mostra quanto sia pericoloso trasformare una differenza in una gerarchia.
Negli ultimi mesi anche il nostro territorio ha registrato diverse forme di violenza e di situazioni di allarme sociale che dimostrano come la prevenzione e la protezione dall’aggressivitá sia una necessitá presente e diffusa.
La comunicazione ha un ruolo importante. Quando il linguaggio machista della politica esibisce l’aggressività come autorevolezza, deride il dialogo come debolezza e trasforma l’avversario in un nemico da umiliare, quale modello propone? E quando i media premiano lo scontro e trasformano l’insulto in spettacolo, quale comportamento incoraggiano?
La pretesa di dominare trasforma l’imprevisto in torto, il limite in un’offesa, la volontà altrui in una provocazione. Cosí anche le persone piú vicine, a casa, a lavoro, per strada o in famiglia possono diventare bersagli della rabbia. La frustrazione non rende inevitabile la violenza e non la giustifica: imparare ad affrontarla è parte dell’educazione alla convivenza civile.
La violenza è anche una questione di salute individuale e pubblica. Può provocare lesioni, disabilità e morte, oltre a conseguenze psicologiche durature, anche in chi assiste, e in chi la pratica. Uomini che accettano il codice della “mascolinità tossica” tendono a correre rischi inutili, ad abbandonarsi a comportamenti nocivi per la loro salute e a essere violenti non solo contro le altre persone ma anche contro se stessi. Agire sul modello culturale machista significa offrire miglior salute e libertà a tutti e a tutte.
Se le aspettative non vengono soddisfatte, anche chi cura può diventare un bersaglio, e lunghe attese o esiti imprevisti possono alimentare la ricerca di un capro espiatorio. Protestare e chiedere il rispetto dei propri diritti è lecito; minacciare o colpire è violenza inaccettabile. Proprio il 2 ottobre è stato presentato il potenziamento del posto di polizia dell’AOUS. Una buona notizia per la sicurezza di pazienti, familiari, professionisti e studenti che, però, ha in sé un’amara contraddizione: un luogo di cura è costretto a rafforzare la protezione proprio di chi cura e di chi va per curarsi.
Nuovi spazi alla violenza si aprono con l’intelligenza artificiale. Immagini e voci possono essere manipolate, corpi esposti senza consenso, persone insultate, minacciate o umiliate davanti a un pubblico potenzialmente illimitato. C’è poi un altro rischio, più sottile. Sugli schermi assistiamo continuamente a violenze simulate, nei videogiochi come nei film e nei social. Una “persona” può essere colpita, uccisa e ricomparire intatta pochi secondi dopo. Nella realtà non esiste il tasto per ricominciare. Un pugno provoca dolore, una ferita può lasciare una disabilità, una vita perduta non si recupera.
Essere persone nonviolente non significa essere passive o indifferenti, anzi: significa contrastare gli abusi, ridurre le disuguaglianze e costruire condizioni nelle quali nessuno sia costretto a vivere nella paura. La nonviolenza riguarda le parole con cui raccontiamo il mondo, il potere che esercitiamo, le istituzioni che costruiamo e le relazioni tra le persone e tra i popoli.
Gandhi insegna che la nonviolenza può essere una pratica politica e quotidiana, che comincia dal riconoscere a ogni essere umano la stessa dignità e arriva alla scelta collettiva di costruire forme di convivenza che non abbiano bisogno della violenza per risolvere i conflitti. Ricordiamocene e mettiamolo in pratica non solo il 2 ottobre.
