di Serenella Civitelli
Il 28 settembre si celebra la Giornata internazionale per l’aborto sicuro. La parola chiave è proprio “sicuro”. Non è una giornata “per l’aborto”: il punto è se una donna debba interrompere una gravidanza rischiando la propria salute e, talvolta, la vita.
Parlare di aborto sicuro significa parlare prima di tutto di salute delle donne. All’origine di una gravidanza ci sono due persone ma è sul corpo di una sola che ricadono i rischi, soprattutto quelli di un eventuale aborto. E non sempre una gravidanza nasce da una scelta condivisa: può essere conseguenza di violenza sessuale, di un rapporto imposto o di coercizione riproduttiva, compresa l’opposizione all’uso dei contraccettivi. All’asimmetria “biologica” si è accompagnata nei secoli una disuguaglianza di potere: a decidere sulla liceità della contraccezione e dell’aborto è stato un sistema patriarcale, nelle sue articolazioni religiose, politiche, giuridiche e mediche.
La Giornata diventa così occasione per parlare del diritto delle donne a decidere sul proprio corpo.
In Italia l’aborto è regolato dalla legge 194 del 1978, troppo spesso definita “legge sull’aborto”, ma intitolata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” (IVG). L’articolo 1 parla di “procreazione cosciente e responsabile” e l’articolo 15 di educazione sessuale e metodi anticoncezionali. Era il 1978: quasi cinquant’anni dopo, mentre ancora si discute di educazione sessuo-affettiva, viene da chiedersi quanto questa parte della legge sia stata davvero attuata.
Prima della 194 l’aborto era un reato che prevedeva per la donna la reclusione da uno a quattro anni. Il Codice Rocco lo collocava fra i “delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe” e puniva anche la propaganda dei mezzi destinati a impedire la procreazione.
Il percorso verso la 194 fu lungo e deve molto alla mobilitazione delle donne e ai movimenti femministi che portarono nello spazio pubblico temi fino ad allora tenuti nell’ombra. Per secoli, infatti, le donne avevano cercato di controllare la propria fertilità attraverso conoscenze e metodi empirici tramandati fra donne. Il timore di un sapere femminile capace di intervenire sulla riproduzione contribuì alla delegittimazione delle guaritrici e, in alcuni contesti, alla loro demonizzazione. La professionalizzazione della medicina non fu neutra rispetto al genere: quando università, corporazioni e istituzioni stabilirono chi potesse formarsi ed esercitare, tutte esclusero per secoli, formalmente o di fatto, le donne. Il controllo del sapere legalizzò così anche il controllo del corpo femminile da parte degli uomini.
La 194, dunque, non introdusse l’aborto, ma cercò di prevenire le gravidanze indesiderate e di sottrarre l’IVG alla clandestinità, rendendola sicura, contrastando una grave disuguaglianza di salute. La clandestinità non era infatti uguale per tutte: chi aveva denaro poteva ricorrere, anche in Italia, a medici compiacenti che operavano illegalmente ma in condizioni relativamente sicure, oppure andare all’estero. Alle donne più povere restavano “mammane” e pratiche rudimentali, con rischi molto maggiori di emorragie, infezioni, infertilità e morte.
Anche il diritto alla contraccezione fu una conquista raggiunta, in Italia, pochi anni prima, quando, nel 1971, la Corte costituzionale dichiarò illegittimo l’articolo del Codice penale che puniva le pratiche anticoncezionali, ricordandone l’origine nella politica demografica fascista. Oggi la Regione Toscana offre gratuitamente contraccettivi attraverso i consultori e nell’area Toscana SE, che comprende Siena, l’erogazione gratuita alle giovani sotto i 25 anni è superiore alla media regionale.
Dopo la 194 le IVG, anziché aumentare come paventavano i detrattori della legge, sono fortemente diminuite. In Toscana nel 2024 sono state 4.361, il 17% in meno rispetto al 2019, e circa due su tre sono farmacologiche. Rimane una significativa differenza tra donne straniere e italiane, 13,6 IVG per mille contro 4,8, che richiama il peso dei determinanti sociali di salute: accesso alla contraccezione e ai servizi, condizioni economiche e lavorative.
Aborto, sterilizzazione e altre pratiche di controllo della fertilità sono state anche imposte alle donne. Se le sterilizzazioni forzate della Germania nazista sono tristemente note – dal 1933 circa 400.000 persone furono private della possibilità di procreare in nome dell’“igiene razziale” – meno noto è che politiche eugenetiche furono applicate anche in Paesi considerati democratici, soprattutto ai danni di donne con disabilità e appartenenti a gruppi vulnerabili. Negli USA oltre 60.000 persone furono sterilizzate sulla base di leggi rimaste in vigore, in alcuni Stati, fino agli anni Settanta. Sterilizzazioni senza un consenso pieno e libero sono documentate anche successivamente in diversi Paesi, tanto che nel 2014 l’OMS e altre agenzie delle Nazioni Unite ne hanno chiesto l’eliminazione.
Nel 2024 un’inchiesta sulle lavoratrici della canna da zucchero del Maharashtra, in India, ha documentato isterectomie anche in donne giovani. In un sistema segnato dalla povertà,mestruazioni e gravidanze possono significare perdita di lavoro e reddito, e l’asportazione dell’utero può apparire come l’unico modo per sopravvivere.
Proibire l’aborto, imporlo o sterilizzare senza consenso sembrano fenomeni diversi ma hanno un elemento comune: qualcun altro decide della capacità riproduttiva delle donne.
Libertà riproduttiva significa invece poter scegliere se e quando diventare madri, e significa garantire che, quando una donna decide di interrompere una gravidanza, possa farlo senza rischiare la salute o la vita. Perché l’aborto esiste anche quando è proibito: ciò che una società può decidere è se mantenerlo clandestino e pericoloso oppure renderlo sicuro.
