Naza, tutto l'orrore di un progetto smascherato

Dal 28 al 30 settembre al Pendola il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato a Venezia. Un’inchiesta sul conflitto israelo-palestinese costruita attraverso testimonianze, immagini e strumenti del giornalismo investigativo. All’Alessandro VII arriva invece “Nessun dolore” di Gianni Amelio.

Naza, tutto l'orrore di un progetto smascherato
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

28 Settembre 2026 - 12.36


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di Vincenzo Coli

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Evento vero al Pendola, uno di quei film che scansano il red carpet e chiamano a raccolta le coscienze. Da lunedì 28 a mercoledì 30 settembre c’è Naza, ore 18,30  e 20,30, mercoledì versione originale. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor (insieme ad altri due registi, con No Other Land vinsero l’Oscar 2025) che ha ottenuto alla mostra di Venezia il premio speciale della giuria e ha entusiasmato pubblico e critica. Cinema militante, che, piaccia o no, sceglie il punto di vista di un popolo vittima di genocidio e mostra la realtà così com’è. Ma non lo fa scendendo agli inferi col pericolo di fronte, la mpd a spalla e il focus indirizzato sulla materia incandescente delle emozioni. Bensì servendosi lucidamente del montaggio delle attrazioni, la teoria di Sergej Eizenstejn per cui l’accostamento e il contrasto delle inquadrature serviva a provocare reazioni nello spettatore, lo metteva nelle condizioni di scegliere da che parte stare. In questo caso, reazioni più di testa che di pancia (che pure sarebbero comprensibili): perché è alla ragione che parla Naza, neologismo bruciante che ottanta anni dopo richiama l’enormità di un dolore la cui elaborazione avrebbe dovuto rendere il mondo migliore, e invece è stato rovesciato, svilito, rivolto, dopo le vittime della Shoah, contro altri  disperati della terra, donne, vecchi, bambini. Di fatto reso vano. Il film utilizza gli strumenti perfettamente razionali del giornalismo investigativo, infatti  i produttori sono il giornale The Guardian e le pubblicazioni israelo-palestinesi +972 Magazine e Local call. Un lavoro straordinario di documentazione, che mette in fila, di notte sui tetti di Tel Aviv, testimonianze anonime di militari israeliani e di membri dell’intelligence già attivi in operazioni sistematiche di spionaggio, rastrellamento e uccisione. Ne coglie gli accenti fanatici, la ferocia nel calcolo dei morti, ma anche l’ombra – forse – di qualche dubbio dissimulato per forza. Mostra la vita quotidiana martellata dalla propaganda. Spiega le tecnologie – intercettazioni, hackeraggio, volo di droni, intelligenza artificiale – usate per monitorare la popolazione e ingabbiarla, in appoggio agli spari dei cecchini e alle violenze dei coloni, nell’inferno della Cisgiordania. I registi sono israeliani e la loro opera ha scatenato – è la seconda volta, dopo No Other Land – l’ira del governo di Tel Aviv: alle accuse di alto tradimento sono seguite richieste di privazione della cittadinanza, di espulsione, perfino di processi sommari. Proprio vero che il cinema è la continuazione della guerra con altri mezzi.  

L’Alessandro VII risponde con l’ultimo, pregevole, Gianni Amelio: Nessun dolore, con Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea. Un incidente mette per la prima volta il giovane Davide, venditore di libri usati, di fronte al problema drammatico dell’emigrazione. Amelio è come sempre sincero, per niente ideologico né melodrammatico, anche se col cuore sa dove stare (coerente con Lamerica,  Il ladro di bambini, Il signore delle formiche).Certo che averne di attori così aiuta parecchio.  

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