di Fabrizio Mezzedimi
Premessa: a fronte del grande scempio minacciato dalle pale eoliche questo della cipressizzazione può sembrare un male minore, magari lo è dal punto di vista puramente traumatico (bene la posizione di UNESCO Siena e l’intervento di Roberto Barzanti sul Corriere Fiorentino del 23 settembre che sposo in pieno) ma chiederei di non sottovalutare quest’altro fenomeno che anziché squassare, subdolamente sta corrodendo lentamente fino a scarnificarla la campagna senese.
Molti anni fa, quando abitavo a Vignano, ero solito andare a trovare Cesare Brandi nella sua villa lì vicino; spesso, appena arrivato, mi portava al belvedere ricavato da un taglio preciso che aveva fatto fare sulla lunga siepe sul lato sud del giardino.
Da lì discutevamo del grande spettacolo della campagna senese che si estendeva fino al Monte Amiata, quella frangia di territorio in cui il grande verde denso, spesso anche cupo, delle colline del Chianti si dirada bruscamente lasciando il campo alle vaste macchie di giallo in attesa dell’assoluto vuoto ancestrale delle Crete.
Da lì, ricordo, mi indicava il castello delle Quattro Torra proprio davanti a noi a poche centinaia di metri e mi diceva: “Quello, architetto, tutti lo considerano un falso, un rifacimento ottocentesco e invece le posso assicurare che è tutto autentico esattamente allo stadio del suo completamento intorno alla seconda metà del XIV secolo.”
Qualche giorno fa, ospite dell’amica Laura, ho avuto l’occasione di riaffacciarmi dopo tanti anni ad una delle spettacolari finestre proprio di quel castello, quelle finestre che guardano a sud, quello scenario verso il Monte Amiata da cui mi sono affacciato molte volte in passato in una sorta di sospensione dell’anima di fronte al “bello”. E, lì per lì, se nella prima frazione di secondo in cui l’occhio stenta ancora a trovare la giusta messa a fuoco, sono stato colto dal solito stordimento di sempre davanti a quello spettacolo grandioso, un attimo dopo ho avuto subito la percezione che la visione fissata nella mia memoria non fosse più quella e provando la sensazione spiacevole di trovarmi davanti a qualcosa di diverso, non so, un’immagine edulcorata, direi imbrattata del grande affresco naturale in cui la magia dell’alternanza dei vuoti e dei pieni in equilibrio quasi impercettibile con la tavolozza dei verdi, dei gialli e della Terra di Siena, fosse in qualche modo svanita. Come se una mano maldestra e sconsiderata avesse vergato sottolineature un po’ a casaccio su pagine di un antico testo o come trovarsi davanti un volto da sempre amato alterato da un pesantissimo trucco, mi trovavo davanti ad una immagine diversa da quella del passato, un’immagine chiaramente causata da un fenomeno che ormai da tempo cerco inutilmente di combattere e denunciare in un silenzio inquietante di totale indifferenza e incomprensione, quello di un’insidia perniciosa, di una volgarizzazione palese, quasi una malattia cutanea causata dal virus della banalizzazione del turismo predatorio: la cipressizzazione.
E non è un caso che la “marchiatura” del territorio, il feticcio degli insulsi interminabili filari di cipressi, che non si sa da dove vengono né dove portano, abbia ormai la sua consacrazione consolidata in questa specie di parodia della campagna senese imperante ormai su tutta la pubblicistica cartacea, televisiva e nel mare dei social, è anche definitivamente parte integrante della presunta fotografia d’arte.
“Scusa Laura, è tanto che non vengo a trovarti ma qui qualcosa è cambiato, quei cipressi laggiù prima non c’erano, dove portano? Non vedo nuove ville, grandi fattorie, castelli, edifici importanti, non vedo cimiteri, ma che ci fanno? Ma quando li hanno messi?” Laura, con un sottile imbarazzo consapevole dello scempio ma suo malgrado testimone inerme: “Quelli laggiù portano ad un fieniletto recentemente trasformato in villetta, quell’altri ad una piccola cantina realizzata da poco, quelli in fondo non saprei, non portano da nessuna parte, mi sembra, forse a degli orti.” Buttandola sullo scherzo penso: un affarone per tutti i vivai della zona non c’è dubbio, e pensare, se tanto mi dà tanto, se avessero piantato i mitici cipresssetti argentati “Arizonica” che andavano tanto di moda negli anni settanta! No certo ci mancherebbe, anche il cattivo gusto si evolve con i tempi e oggi possiamo vantare questo modello di un cipresso così bello secco, slanciato, sempre uguale, uscito tutto preciso dal vivaio ma soprattutto usato a dismisura in modo totalmente avulso da quelli che sono sempre stati nel corso dei secoli i canoni aurei della “marcatura” del territorio principio base del corretto posizionamento del cipresso: 1) uno: solitario sui confini, 2) in filare: in prossimità di grandi emergenze architettoniche, ville, grandi fattorie, castelli e 3) in circolo: intorno ai piccoli cimiteri di campagna.
Il cipresso presenza significante, sentinella e marcatore di un equilibrio fatto di grandi vuoti e grandi silenzi. Allora, partita persa? Invocare Unesco mondiale? Sensibilizzare amministratori magari tutti ormai entusiasti della cipressizzazione? Forse una soluzione più pragmatica c’è e scendendo di un gradino dal podio della denuncia in nome di un’estetica del territorio che in realtà non interessa quasi a nessuno, anzi che riscuote grande successo nell’accezione contraria cioè quella della banale contaminazione e della svendita alla macchina del turismo low profile di una grande memoria storica collettiva, la prima idea che mi viene in mente è quella di una immediata legge regionale che sottoponga nei comuni di pertinenza l’impianto anche di un solo cipresso ad autorizzazione paesaggistica.
Se poi si volesse andare più a fondo della questione allora si porrebbe il tema del “restauro” del territorio manomesso, ma qui il salto è veramente grosso come spiegherò, su cui mi piacerebbe tanto fare un’intervista impossibile con Cesare Brandi per chiedergli se un “territorio”, certo specialissimo come quello della campagna senese, non possa, anzi debba, essere sottoposto ad un intervento di restauro conservativo attuando lo spirito della sua Carta. In caso di risposta affermativa come penso, si passerebbe alla seconda fase che vede sempre la Regione emanare un’altra legge con cui si nomina una commissione di alto livello che esamina lo stato attuale del degrado, registra tutte le presenze di cipressi ritenute incongrue e redige una lista di priorità nell’ambito di un vasto programma di abbattimenti selettivi. I comuni della zona riuniti in consorzio pubblico privato fondano e gestiscono una azienda artigianale in cui si utilizza il materiale ricavato dagli abbattimenti per la realizzazione di infissi di cipresso, mitico legno da secoli ritenuto pregiatissimo per finestre, porte e persiane, il tutto sotto l’evocativo marchio “Infissi Terra di Siena” e destinati a sostituire, sempre per legge, tutti gli assurdi infissi in alluminio e materiale plastico diffusissimi in tanti edifici storici del territorio di pertinenza.
D’accordo, d’accordo, ammetto che siamo scivolati nella provocazione bella e buona ma in fondo non è lecito domandarsi , ritrovandosi come per la magia nel bel giardino di Villa Brandi in compagnia del professore, se non viene spontanea, quasi elementare la domanda: perché in realtà la campagna senese con le sue Crete e la sua val d’Orcia in quanto patrimonio “vivo” dell’umanità, certo destinato senza dubbio anche ad accogliere i mutamenti inevitabili dei processi storici, ma comunque un vero e proprio inestimabile documento di una civiltà e quindi bene da preservare rigorosamente nelle sue peculiarità intrinseche e anche se necessario anche restaurare e quindi non possa e non debba urgentemente essere sottoposta ad una legge ad hoc di tutela e perché no? anche di restauro?
Marcare e non marchiare il territorio.