di Serenella Civitelli
Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato un contributo fino a 3.000 euro per le donne fra 25 e 39 anni, residenti in Toscana da almeno un anno, con ISEE familiare fino a 30.000 euro, che decidano di ricorrere alla crioconservazione degli ovociti per ragioni non sanitarie, il cosiddetto social freezing.
La misura può certamente ampliare la libertà di scelta delle donne. Congelare gli ovociti per preservare la possibilità di maternità futura è infatti anche una questione economica e consentire l’accesso a chi dispone di redditi più bassi riduce una disuguaglianza reale.
La crioconservazione può essere proposta, per ragioni mediche, quando una malattia, soprattutto oncologica, o le sue cure, rischiano di compromettere la fertilità e, in tal caso, può rientrare nei percorsi assistenziali. Il social freezing, invece, frutto di una scelta personale, non è una prestazione ordinariamente garantita dal servizio sanitario pubblico e i suoi costi sono a carico della donna.
Ma c’è una differenza ancora più profonda: nel primo caso la medicina interviene per preservare una funzione minacciata dalla malattia o dalle cure; nel social freezing interviene invece su un corpo sano.
Si ripropone così una storica riflessione femminista sul corpo delle donne e sul rapporto fra autodeterminazione e modelli sociali, ancora segnati da una cultura patriarcale che impronta anche la medicina, la scienza e le leggi.
Con il social freezing rendiamo davvero le donne più libere o stiamo intervenendo sul loro corpo per renderlo più adattabile a una società che non sappiamo o non vogliamo cambiare?
Gli anni di maggiore fertilità coincidono con quelli dello studio, della ricerca di un lavoro, del precariato, della costruzione della carriera e della difficile conquista di una stabilità economica e abitativa. Una recente indagine IRPET, condotta su 1.727 donne toscane, evidenzia come la genitorialità sia fortemente frenata proprio da fattori strutturali ed economici, tra cui la precarietà lavorativa, l’insufficienza dei redditi, il costo dell’abitazione e la carenza di servizi di supporto, ai quali si aggiunge un carico di cura familiare che grava prevalentemente sulle donne.
Ed ecco, quindi, il paradosso: la tecnologia permette di congelare gli ovociti in vista di una futura e incerta gravidanza, mentre possono rimanere immutate proprio le condizioni sociali che contribuiscono a rinviarla.
Ma la libertà offerta dal social freezing incontra anche un importante limite giuridico. Una donna toscana può ricevere un contributo pubblico per conservare i propri ovociti ma, se quando decidesse di utilizzarli fosse single o avesse una compagna, non potrebbe accedere alla procreazione medicalmente assistita (PMA) in Italia. La legge 40 riserva infatti queste tecniche alle coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi e, nel 2025, la Corte costituzionale ha ritenuto non fondate le principali questioni di illegittimità sollevate contro l’esclusione delle donne sole. Quale autodeterminazione tuteliamo se, per potersi realizzare, richiede per legge la presenza di un uomo?
Si deve, poi, ricordare che congelare gli ovociti non significa garantirsi una futura maternità. Le società scientifiche raccomandano un’informazione completa sui limiti della tecnica. Le probabilità di successo dipendono soprattutto dall’età della donna e dal numero di ovociti maturi conservati.
Ma non si tratta semplicemente di mettere alcune cellule in un congelatore. La donna deve sottoporsi a stimolazione ormonale e al prelievo degli ovociti con una procedura invasiva, con possibili rischi, effetti indesiderati e complicanze. E, se in futuro vorrà utilizzare quegli ovociti per ottenere una gravidanza, dovrà necessariamente ricorrere alla PMA, affrontando un ulteriore percorso, con i rischi e le complicanze ad esso associati. La stessa gravidanza, soprattutto se ottenuta in età più avanzata, può presentare un maggiore rischio di complicanze materne e fetali.
Infine, c’è la questione delle risorse pubbliche. Per questa misura la Regione prevede 50.000 euro nel 2026 e 250.000 per ciascuno dei due anni successivi. Ma accanto all’investimento nel social freezing, quanto investiamo nelle condizioni che consentano alle donne di avere un figlio quando lo desiderano? Parità economica e professionale, congedi paterni realmente incisivi, asili accessibili, sicurezza del lavoro, casa e condivisione del lavoro di cura sono anch’esse politiche di sostegno alla maternità.
Se vogliamo davvero affrontare le “culle vuote” e parlare di libertà delle donne, forse non basta intervenire (di nuovo) sul loro corpo e sul loro “orologio biologico”. Dobbiamo domandarci se non sia arrivato il momento di cambiare anche i tempi e i modi del lavoro, della cura e della società.
