L'IA applicata alla guerra avanza più in fretta delle regole che dovrebbero governarla

Propaganda automatizzata, armi autonome, il rischio di una "hyperwar" combattuta alla velocità dei microprocessori: cosa accade se nessuno si ferma per primo?

L'IA applicata alla guerra avanza più in fretta delle regole che dovrebbero governarla
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

22 Settembre 2026 - 18.09


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di Fabio Casini

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In piena guerra fredda, quando ancora l’intelligenza artificiale non era stata sviluppata, ma le strategie di competizione, soprattutto militare fra le grandi potenze si stavano pian piano evolvendo, il filosofo tedesco Gunther Anders aveva già intuito il rischio di trasformazioni tecnologiche, affermando: produciamo strumenti molto più velocemente della nostra capacità di immaginare le conseguenze. Abbiamo costruito tecnologie troppo potenti per la nostra mente politica, troppo veloci per le nostre istituzioni e troppo complesse per categorie con cui continuiamo a leggere il mondo”.

Ed oggi, in fondo al nostro cervello analogico, intuiamo che tutto questo si è avverato ed è estremamente pericoloso per l’umanità intera: abbiamo “automatizzato” il caos, ribattezzandolo “innovazione”.

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Nelle ultime settimane, tuttavia, ci sono stati accorati appelli al rallentamento dei programmi di IA. Appelli che contengono sia una reale apprensione per i danni di un’evoluzione incontrollata di tali programmi, ma anche una calcolata manovra per tutelare le aziende da ripercussioni legali e geopolitiche. A lanciare l’allarme, sono stati proprio quegli uomini che l’IA l’hanno costruita e spinta ogni giorno più avanti. Jacob Coxon ex ricercatore di Anthropic, si è addirittura dimesso dalla società, denunciando come l’IA, se non adeguatamente controllata, potrebbe mettere a rischio le nostre vite. Gli hanno fatto eco Evan Hubinger e Antonio Amodei, sempre di Antrhopic e così Elon Musk e Sam Altman.

I timori segnalati concernono due aspetti. Il primo, è quello relativo all’utilizzo della IA come moltiplicatore di forze, che permette di automatizzare e personalizzare la manipolazione dell’opinione pubblica. L’IA, infatti, produce istantaneamente migliaia di articoli, post, commenti in qualsiasi lingua, deep-fake, attacchi informatici: e di tutto ciò la rete propagandistica diretta da Putin ne è un esempio.

Il secondo timore, quello più preoccupante, riguarda l’applicazione militare dell’IA, soprattutto nell’ambito delle armi nucleari: un sistema in grado di selezionare bersagli senza l’intervento umano (Lethal Autonomous Weapons System). Il rischio delle “Armi autonome” (i droni ne sono già un esempio) è quello di affidare ad un algoritmo privo di coscienza la decisione di uccidere, azzerando la responsabilità umana e rischiando esiti incontrollabili (hiperwar), alla velocità dei microprocessori. Quando sono gli algoritmi a determinare la sopravvivenza o meno delle Nazioni, la rimozione dell’attrito umano dalla catena di comando, elimina quel cuscinetto vitale che mantiene in vita la diplomazia.

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Di questo scenario apocalittico ne parla il pontefice nell’enciclica Magnifica Humanitas, dedicata all’era dell’IA. Il Papa, da tempo ormai, chiede non di rinunciare alle nuove tecnologie, ma di sottrarle ai monopoli, alla logica della competizione armata (militare, economica e cognitiva). Disarmare significa, in questa corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri, riuscire a rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Un’impresa che richiede regole internazionali, spesso disattese, controllo pubblico e una nuova “ecologia della comunicazione”.

Purtroppo, nella ormai conclamata competizione fra Usa e Cina, le due potenze si sfidano apertamente proprio per ottenere la supremazia tecnologica: “chi vince l’IA, vince tutto” ha più volte affermato Trump, respingendo gli allarmi dei catastrofisti, come fossero forze negative ed esagerazioni propagandistiche. Gli fa eco Xi Jinping, che parimenti accusa gli stessi di fare strategia, una sorta di espediente da guerra fredda, pensato per contenere l’ascesa della tecnologia cinese. La questione si inserisce nel più ampio agone geopolitico, già ben strutturato in due blocchi contrapposti: Pax Silica americana del dicembre 2025 (a cui ha aderito anche l’UE nel giugno 2026), creata per coordinare tra alleati l’accesso a chip avanzati, minerali critici e infrastrutture per l’IA. L’altra è la WAICO (World AI Cooperation Organization) fondata a Pechino nel luglio 2026: quest’ultima è un’alternativa (open source) aperta e a basso costo, offerta anche ai paesi in via di sviluppo.

Chi davvero potrà scrivere le regole? Verosimilmente occorrerebbe un accordo globale, una politica comune di coordinamento, standard condivisi e controllo dei sistemi di IA, ma questo dovrebbero desiderarlo tutti! Ci deve essere una presa di coscienza immediata, seguita da azioni coese da parte dei governi. Per evitare che la velocità delle macchine scavalchi la diplomazia e il buon senso, si potrebbe introdurre a livello internazionale “pause strutturali” obbligatorie nei sistemi di comando convenzionali e nucleari. Servono volontà politica e soprattutto regole capaci di correre alla stessa velocità dell’innovazione.

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