Nel 1953 le organizzazioni di massa combattevano la legge truffa che il governo De Gasperi aveva voluto per garantirsi stabilità. In quel caso la coalizione che avesse superato il 50% più uno dei voti validi otteneva il 64,4% dei seggi alla Camera.
Sono passati più di 70 anni, ma non è che con l’attuale tentativo di riforma le cose sembrano migliorare. La proposta in discussione in questi giorni prevede un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento. Questo in nome della stabilità della maggioranza eletta, che seppure sia un obiettivo legittimo, non può essere perseguito sacrificando la rappresentatività del parlamento, l’uguaglianza del voto e la libertà di scelta degli elettori. Il punto è il rapporto tra due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: la governabilità da una parte, la piena espressione della sovranità popolare dall’altra.
Intanto il 42% dei voti validi non corrisponde necessariamente al 42% degli aventi diritto, e quanto più diminuisce la partecipazione, tanto più la soglia calcolata sui voti validi rappresenta una quota ridotta del corpo elettorale. La situazione paradossale che ne deriva è che una minoranza degli aventi diritto può ottenere, attraverso il premio, la maggioranza assoluta dei seggi.
La competizione parlamentare rischia poi di trasformarsi nell’investitura del capo, data la proposta di indicare sulla scheda il candidato alla presidenza del Consiglio. La combinazione di tre elementi – l’enorme premio di maggioranza, l’indicazione del premier e le liste grandemente determinate dai partiti – comporterà una eccessiva concentrazione dei poteri.
Sulla perdita di centralità del parlamento si dibatte non da oggi, ed è sempre opportuno sottolineare come la democrazia non equivale al governo della maggioranza, ma è un sistema in cui la maggioranza è sottoposta a limiti e contrappesi, e in cui le minoranze conservano il diritto alla rappresentanza e alla partecipazione politica. Con questa riforma, il parlamento diventa invece sempre più un organo di ratifica della maggioranza.
C’è poi la questione dell’enorme numero di firme per ogni collegio (dalle attuali 1500 alle previste 6000, per un totale di circa 300.000 per tutti i collegi) che i partiti che non sono già rappresentati in parlamento devono raccogliere se vogliono presentare liste elettorali.
Infine, ma l’elenco dei problemi sarebbe lungo, l’uguaglianza del voto non significa semplicemente che ogni cittadino dispone di un voto, ma che il sistema elettorale non deve produrre differenze irragionevoli nel peso politico dei voti espressi.
In questo quadro, quale grado di effettività conserva il diritto dei cittadini di concorrere alla determinazione della politica nazionale? O per meglio dire: a chi appartiene la sovranità?
