di Serenella Civitelli
Oltre cinquanta nuove donne dall’inizio dell’anno si sono rivolte al Centro antiviolenza Donna chiama Donna di Siena. Un aumento rispetto agli anni precedenti che non indica necessariamente più violenza: può derivare anche da una maggiore capacità di riconoscerla e chiedere aiuto.
Anche la tipologia delle donne che chiamano, soprattutto italiane, di cultura medio-alta, molte professioniste, suggerisce una riflessione. Donne più svantaggiate – con minore istruzione, basso reddito, disoccupate o migranti – potrebbero essere maggiormente rappresentate nel sommerso.
La violenza incide pesantemente sulla salute, ben oltre i femminicidi e le lesioni traumatiche. Le conseguenze, oltre che psicologiche – depressione, ansia, disturbi post-traumatici e del sonno, rischio di suicidio – sono anche fisiche. Le vittime possono manifestare cefalea, dolore cronico, disturbi gastrointestinali, ginecologici e sessuali e presentano un maggior rischio di malattie cardiovascolari e diabete.
È quindi importante sensibilizzare personale volontario e professionista a riconoscere i segni di una violenza nascosta, anche psicologica o economica. Quest’ultima, riscontrata sempre più spesso dal Centro senese anche in donne sulla carta economicamente indipendenti, può rendere ancora più difficile interrompere una relazione violenta.
La violenza non fa male solo alla vittima diretta. Bambini e bambine che vedono o percepiscono la violenza sulla madre possono subirne conseguenze sullo sviluppo e sulla salute fisica e psicologica. La violenza assistita esiste anche senza vedere direttamente un’aggressione: basta vivere in un clima di paura, controllo e minaccia.
Particolarmente sommersa è la violenza contro le donne anziane. Isolamento, dipendenza economica, disabilità e malattia rendono più difficile chiedere aiuto e lividi, cadute e fratture rischiano di essere attribuiti semplicemente all’età.
Le operatrici senesi segnalano una presenza crescente di vittime giovanissime e il persistere, fra ragazzi e ragazze, dell’equivoco che gelosia e controllo siano manifestazioni d’amore. Ma la presidente Vania Cesaretti registra anche un segnale positivo: «Sta crescendo il numero di padri che si rivolgono a noi. C’è un maggiore aiuto da parte delle famiglie; non accadeva prima. Inizia a esserci consapevolezza».
L’OMS definisce la violenza contro le donne un problema di salute pubblica, oltre che una violazione dei diritti umani. Nel 2024 l’ISTAT riporta 19.518 accessi femminili ai Pronto soccorso italiani con indicazione di violenza e 1.505 ricoveri ordinari.
Altissimo anche il costo collettivo. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere lo ha stimato per l’Italia in quasi 39 miliardi di euro l’anno, tra perdita di produzione, sanità, giustizia, servizi sociali e conseguenze fisiche ed emotive: circa 1,6 miliardi riconducibili ai servizi sanitari.
Non solo le donne, però, sono vittime di violenza, per quanto lo siano in maniera preponderante nelle relazioni affettive. In Italia mancano dati altrettanto precisi sulle vittime maschili e anche quelli sulle vittime femminili rappresentano solo la punta dell’iceberg.
Nel complesso gli uomini sono più numerosi tra le vittime di omicidio e, nei casi con autore identificato, vengono uccisi soprattutto da altri uomini. Nelle relazioni affettive, però, il quadro cambia: nel 2024 sono state uccise da partner o ex partner 62 donne e 8 uomini. Il tasso di omicidio è quindi sette volte maggiore tra le donne (0,21 per 100.000 contro 0,03 per gli uomini). Gli stessi stereotipi alla base della violenza contro le donne possono danneggiare anche gli uomini: se essere maschi significa essere forti, sapersi difendere e non mostrare vulnerabilità, ammettere di essere maltrattati dal/dalla partner può diventare motivo di vergogna e ritardare la richiesta di aiuto.
La violenza attraversa anche le relazioni LGBT+, dove può assumere forme specifiche come la minaccia di rivelare, contro la volontà della persona, orientamento sessuale o identità di genere.
La prospettiva di genere non serve a stabilire “chi subisce più violenza”, ma a capire e destrutturare i meccanismi che la generano. Significa riconoscere che il genere modifica l’esposizione alla violenza, le sue forme e persino la possibilità di riconoscersi come vittima, mantenendo ben chiara la forte asimmetria che caratterizza la violenza nelle relazioni affettive, soprattutto nelle forme più gravi e letali.
In questo quadro si inserisce il nuovo corso per operatrici volontarie di Donna chiama Donna, al via a Siena il 19 settembre: 72 ore di formazione e 60 di tirocinio. Accogliere le donne e riconoscere forme e conseguenze della violenza richiede ascolto e competenze. Agire prima che i danni sulla vita e sulla salute diventino irreversibili è la prima forma di prevenzione.
