Il Rinascimento nei depositi. In mostra l'arte senese nascosta nelle dimore nobiliari

‘Abitare il Rinascimento’ riunisce alle Papesse oltre ottanta opere disperse, oggetti nati dentro palazzi, famiglie eminenti e rapporti di potere che raccontano la vita quotidiana e il sistema delle botteghe artigiane senesi tra Quattro e Cinquecento. Il viaggio tra arredi e restauri impone una domanda fondamentale sul futuro del patrimonio cittadino al termine dell'esposizione.

Il Rinascimento nei depositi.  In mostra l'arte senese nascosta nelle dimore nobiliari
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29 Agosto 2026 - 18.21


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di Emanuele Papi

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Siena possiede molte opere che i senesi non vedono. Alcune sono conservate nei depositi, altre appartengono a enti e fondazioni, altre ancora hanno lasciato da tempo la città per musei italiani e stranieri. Esistono, sono studiate, talvolta restaurate, ma conducono una vita appartata e quasi clandestina.

È questo un tema, forse involontario ma molto evidente, di Abitare il Rinascimento. Arredi domestici a Siena dal XV secolo all’epoca della Maniera, curata da Laura Bonelli e Marilena Caciorgna nelle sale di Palazzo delle Papesse. Oltre ottanta opere permettono di riconoscere una produzione senese rimasta ai margini della storia più nota della città: cassoni, spalliere, lettucci, testate di letto, tessuti, maioliche e altri oggetti destinati alle dimore aristocratiche fra Quattrocento e Cinquecento.

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L’elenco dei prestatori, relegato al pannello con il “bugiardino” e in genere scorso distrattamente, è quasi un capitolo di storia cittadina. Banca e Fondazione Monte dei Paschi, Opera della Metropolitana, Arcidiocesi, Pinacoteca Nazionale, Società di Esecutori di Pie Disposizioni, Museo Diocesano di Pienza; poi lo Stibbert, il Bargello, il Petit Palais di Avignone e le raccolte private. La mostra riunisce temporaneamente ciò che proprietà, eredità, mercato e musei hanno separato. Ne risulta una carta della dispersione. Che tante istituzioni senesi abbiano collaborato non dimostra l’esistenza di un sistema chiuso. Prova semmai che le porte sono state aperte.

Il percorso si apre con lo Scipione Africano e la Continenza, giunto dal Bargello e restaurato per l’occasione, nato dalla collaborazione fra la bottega di Francesco di Giorgio e il Maestro di Griselda, al quale spettano lo sfondo e gli episodi narrativi. La tavola apparteneva alla serie di otto uomini e donne illustri ed esemplari, oggi dispersa fra musei europei e americani, ed è collocata accanto alle riproduzioni degli altri personaggi. Le copie non sostituiscono gli originali: ne denunciano l’assenza e rendono leggibile il complesso.

Per capire il Rinascimento senese siamo abituati a entrare nelle chiese, nei palazzi e nelle pinacoteche. Qui bisogna cambiare porta. Le botteghe che dipingevano pale d’altare e affreschi producevano anche arredi, lavorando per committenti che volevano esibire dentro casa denaro, alleanze e cultura. Francesco di Giorgio, Benvenuto di Giovanni, Bernardino Fungai, Girolamo del Pacchia, Beccafumi e il Brescianino non erano artisti imprigionati nelle categorie che abbiamo preparato per loro. Passavano dal sacro al profano, dalle grandi superfici ai mobili, senza chiedere il permesso alla storia dell’arte.

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Questa produzione obbliga anche a correggere l’immagine un poco immobile della “scuola senese”. Non una successione di maestri raccolti davanti a fondi oro, ma un sistema di botteghe capace di rispondere alle esigenze di famiglie potenti e di organizzare manufatti complessi. Pittura, legno, tessuti e oggetti d’uso convivevano negli stessi ambienti. La distinzione fra arti maggiori e minori sarebbe arrivata più tardi, insieme con molte altre gerarchie comode per ordinare i manuali e meno adatte a comprendere le cose.

È naturalmente la casa dei ceti privilegiati. La mostra lo dichiara e gli oggetti non consentono molti equivoci. Le abitazioni meno ricche hanno lasciato meno opere, meno inventari e quasi nessun nome. Non è soltanto una scelta delle curatrici: anche le testimonianze praticano una selezione di classe.

La mostra ha inoltre promosso numerosi restauri. Non è un dettaglio tecnico né il consueto maquillage prima dell’inaugurazione. Restaurare significa riconoscere ridipinture, ricostruire accostamenti, leggere superfici che il tempo e le vicende collezionistiche avevano reso mute. Alcune opere provenivano dai depositi della Collezione Chigi Saracini; altre erano note, ma difficilmente accessibili. Essere conservate non equivale sempre a essere conosciute.

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Palazzo delle Papesse offre a questo temporaneo ricongiungimento una sede particolarmente adatta. Non perché possa restituire una casa del Quattrocento intatta — nessun edificio attraversa cinque secoli senza cambiare abitudini — ma perché ricorda che questi oggetti nacquero in una città concreta, dentro palazzi, famiglie e rapporti di potere. Il contenitore non garantisce l’autenticità dell’insieme; impedisce però di osservare la raccolta in un’architettura estranea.

Per un giornale senese la domanda più interessante comincia il 2 novembre, quando la mostra sarà terminata. Le opere torneranno nelle rispettive sedi e alcune, inevitabilmente, nei depositi. L’esposizione avrà prodotto restauri, studi e un catalogo solido: risultati destinati a rimanere. Ma avrà anche dimostrato che una parte consistente del patrimonio cittadino può diventare visibile.

Le mostre servono anche a questo: non soltanto a presentare opere, ma a rivelare ciò che una città possiede magari senza più saperlo. Siena non ha bisogno di inventarsi un altro Rinascimento. Potrebbe cominciare a mostrare quello che ha già.

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