Una data non vale l’altra. Perché il Palio non è soltanto una corsa
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Una data non vale l’altra. Perché il Palio non è soltanto una corsa

L’incombere della pioggia lascia ancora nell’incertezza lo svolgimento del Palio rinviato. Ma ecco perché le date del Palio non sono negoziabili nemmeno di fronte al clima che cambia. Una tradizione secolare fatta di rituali, senso di appartenenza e prudenza istituzionale.

Una data non vale l’altra. Perché il Palio non è soltanto una corsa
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

17 Agosto 2026 - 11.39


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Anche quest’anno il 16 agosto ha tradito i senesi. Mentre scrivo, l’incombere della pioggia lascia ancora nell’incertezza lo svolgimento del Palio rinviato. Questa instabilità non è una novità: negli ultimi anni il meteo ha più volte concentrato i suoi sforzi maligni proprio nei giorni della Carriera, offrendo prima giornate di caldo torrido e poi violenti scrosci d’acqua. Del resto Ferragosto, prima di diventare nella tradizione cattolica la solennità dell’Assunzione della Vergine, era un’antica festa nella quale si sperava nella pioggia dopo la siccità. Abbiamo avuto la grazia, anzi: troppa grazia.

“Teniamoci stretto il 2 luglio” scrivevo poco più di un mese fa per spiegare, soprattutto ad amici e ospiti forestieri, perché la data del Palio non è negoziabile. Anche se i cambiamenti climatici ci costringessero ogni anno a stare per ore con il fiato sospeso o a continui rinvii.

Gli amici non senesi si chiedono: perché, dato il consolidarsi del cambiamento climatico, non posticipare definitivamente di un giorno o due i Palii? Cosa cambierebbe, alla fine? La risposta è no: una data non vale l’altra. Lo spostamento deve rimanere una fatalità, un’eccezione, una piccola sciagura. Non a caso il Palio non è mai diventato una competizione sportiva. Nemmeno quando ha perso l’originario senso del primeggiare aristocratico, quando erano i nobili a possedere i cavalli da corsa, ed è diventato festa del Popolo. Nel Palio non vince semplicemente il migliore, o almeno non il “migliore” nel senso dell’utopia di de Coubertin: non è una competizione tra pari nella quale “l’importante non è vincere, ma partecipare”.

Il Palio non è una corsa: il Palio è una festa, il Palio è un rito. E anche il corteo storico, la nostra “passeggiata”, ne è parte integrante. Accettereste mai di spostare il Natale o l’Epifania? O di celebrarlo senza l’albero, o di abolire per legge il presepe? Non lo fareste mai, lo so bene, atei oppure credenti che siate.

Da quando il Palio appartiene al popolo, a imprimere il senso della trasgressione, di una festa con “eccesso permesso”, sono, oltre al vino e alle notti in bianco – che comunque è bene non si protraggano oltremisura –, anche le sfide con i canti, gli insulti e, talvolta, gli scontri fisici. Quello che agli occhi esterni o secondo le rigidità della legge può apparire come un eccesso violento, a Siena viene chiamato fronteggiamento. I fronteggiamenti avvengono in uno spazio e in un tempo rigorosamente ritualizzati e coinvolgono, generalmente, gli stessi uomini che compongono le prime file delle Contrade. È come se, in quel momento, fosse affidata loro una precisa missione morale: difendere l’onore, l’onorabilità, la rispettabilità e la credibilità della propria Contrada.

Ebbene sì: entro la cornice temporale dei quattro giorni e nello spazio rituale del Campo esiste anche l’uso della forza. È una risorsa prevalentemente simbolica. Non è un caso che, fuori da quella cornice, quegli stessi ragazzi o uomini siano persone che condividono fraternamente il banco di scuola o lavorano fianco a fianco in ufficio. La forza, nel rito, assume un significato diverso da quello che avrebbe nella vita ordinaria.

Il Palio di Siena è dunque un congegno delicatissimo. La ricetta della sua riuscita, del suo rinnovarsi nei decenni e nei secoli, sta nel trovare ogni volta l’equilibrio tra passioni, organizzazione e mutare dei tempi. Però se le tradizioni hanno una forza, è proprio nella saggezza dei popoli che le vivono e nella gradualità prudente e meditata dei cambiamenti.

Saggiamente, la città da secoli ha affidato questa regia delicata al Comune. Quello che ha fatto funzionare il Palio è sempre stata una regia pubblica nascosta e prudente. Un regista che non deve vedersi, appagato soltanto dal fatto di avere lubrificato gli ingranaggi come dovuto e di aver fatto sì che, alla fine, tutto sia andato bene. Chi ha l’onore di rappresentare tutti i cittadini deve alla città questa prudenza e questa riservatezza. E anche la città, naturalmente, non potrà sottrarsi – nel lungo inverno senese – alla discussione sull’evoluzione della festa, perché ne ha la responsabilità come corpo civile.

Negli ultimi anni ne abbiamo viste di tutti i colori, abbiamo visto un ministro della Repubblica incontrare la stampa in piazza del Mercato mentre il rito del Palio era in pieno svolgimento; e un parlamentare, in procinto di fondare un nuovo partito politico, utilizzare il Palio come simbolo di italianità, scrivendo, molto volgarmente, “c’è chi va alla festa dello sgozzamento e chi alle prove del Palio di Siena”. Sono stati eccessi diversi, ma appartengono entrambi a un medesimo errore: dimenticare che il Palio non è una tribuna politica. La città, infatti, non ama quando l’ingerenza della politica nella festa diventa troppo vistosa.

In questi giorni abbiamo visto gli affanni di una regia pubblica costretta a fare i conti con il mutare del meteo. Ma, complici un caldo infernale, la lunga attesa, la necessità di riempire i palinsesti e l’amplificazione nefasta dei social, qualcuno si è dedicato allegramente anche ad eccessi meno codificati dalla nostra tradizione. C’è chi è regredito all’irrazionalità immaginando maledizioni e cattivi presagi, dimenticando che la calunnia è un venticello insidioso e maligno. Commenti meditati si sono mescolati con opinioni buttate lì, inframezzate alle consuete passerelle degli amministratori e ai “piove governo ladro”.

Per qualche momento, è stato soprattutto l’intero sistema della comunicazione via social che è sembrato impazzire. I social infatti, anziché tendere le mani ai cittadini e aiutarli a capire, ci hanno messo lo zampino, enfatizzando questo o quell’aspetto dello scontro, della polemica, del malessere. Abbiamo visto discutere vivacemente del Drappellone. Poi qualcuno ha evocato la blasfemia, fuori luogo. La sindaca Fabio si è risentita, fuori luogo anche lei. I più hanno notato, opportunamente, che chi si misura con la pittura di quest’opera così particolare dovrebbe essere accompagnato con mano delicata e competente dal Comune nel suo percorso di avvicinamento alla città e alla sua festa.

Il problema è: se il Palio si perde nella giungla dei social, può lasciarci la vita? Probabilmente no. Sopravviverà anche a questa fase, come è sopravvissuto all’avvento della fotografia e della televisione. Quelli come me, che sono boomer, poi, sono bravissimi a riconvertirsi: abbiamo fatto tante esperienze e vissuto tanti cambiamenti che uno più, uno meno…

Il rischio da evitare, però, è un altro. Che troppo rumore ci impedisca, in questo Palio, esacerbati come siamo dall’attesa, di vederci garantita la cosa più bella e importante: poterci godere una festa di forti passioni, certi dell’abbraccio invisibile, protettivo e materno del Comune. Questo non deve accadere. Perché, in fondo, il Palio, per i senesi, è anche questo: un modo per volersi un po’ di bene.

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