Il drappellone come un cumulo di artificiose allusioni

Perché torno ad esprime un mio parere sulla pittura del cencio. Nessuno pretende che un’invenzione immaginifica racconti una storia.

Il drappellone come un cumulo di artificiose allusioni
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

11 Agosto 2026 - 16.47


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di Roberto Barzanti

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Mi ero ripromesso di non commentare più un drappellone. Viene l’ora che consiglia di non ripetersi su temi tante volte trattati. Ma, guardando il drappellone elaborato da Teodora Axente per quest’agosto e leggendo dotte chiose o cavillose spiegazioni in chiave politica contingente, non riesco a stare zitto.

Lo guardo semplicemente come prova pittorica. E mi sembra sia solo un cumulo di artificiose allusioni o ingenue allegorie scombinate, cerebrali e disposte senza alcuna plausibile organicità. Il volto della sbadata Assunta è dipinto come una citazione fotografica e fuori scala rispetto a una manona minacciosa. Ritagli da collage non certo di sapore preraffaellita.

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Si è perfino scomodata una lampeggiante luminosità caravaggesca che squarcerebbe il cupo cielo dopo la tempesta della cruda battaglia. Le due militaresche figure che l’accompagnano hanno una mostruosità indecifrabile. Chi riuscirà a percepirle come due cherubini caudati con pinne di pesci? Piuttosto sembreranno due svolazzanti e straniti sirenotti.

Lo skyline di Siena è ripreso dalla stupenda tavola di Giovanni di Lorenzo Cini del 1528, che celebrava l’avventurosa vittoria senese di Camollia. A evocarla Teodora Axente ha immaginato le mura sbrecciate della Porta, che a loro volta delimitano lo spazio terminale dello stendardo, assumendo la funzione del circuito dei palazzi che accerchiano il Campo.

Ne fa fede la pavimentazione a spicchi in rosa. Dieci damigelle ciascuna rappresentante della propria Contrada sono disposte in un compito girotondo che forse echeggia le allegorie del lorenzettiano Buon Governo e magari le fanciulle liberty che abbellivano il Carroccio di Icilio Federico Joni. Un approdo pacificante per competere in una carriera giocosa dopo drammatiche traversie. Non c’è dubbio che il serico drappo sia stato molto rimuginato e o ensato.

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Teodora Axente ha semmai peccato di eccessivo impegno e di voler iscrivere nel trofeo da assegnare alla contrada vittoriosa fin troppi riferimenti storico-eruditi. Il risultato è una composizione che non si amalgama in una visione unitaria ed è ben lontana dallo spirito di una kermesse eroica alla Bosch e più ancora dal mistico lirismo della pittura gotica. Il difetto dell’operazione non sta nel fatto che non vi si respira aria di Palio. Il drappellone può ben incentrarsi su un apparato simbolico ed evitare il realismo di chi intende rispecchiare un avvenimento o una scena.

È giusto dare atto all’autrice di aver studiato a fondo fonti e tradizioni, ma appunto con una sovrabbondanza che non si traduce in architettura di forte e leggibile impatto, come deve essere quella dell’oggetto tanto ambito. E non c’è neppure da avanzare critiche verso la committenza , che non è responsabile dell’esito ricercato. Se poi si vuole collegare l’opera della Axente alle vicende che Siena ha attraversato e attraversa, transitando da una fase molto critica ad una svolta finalmente consolatrice, si prende una strada piuttosto discutibile.

La battaglia di Camollia si risolse nella momentanea sconfitta delle mire medicee, ma anche a causa delle divisioni interne la gloria si dissolse di lì a poco e la Repubblica perse inevitabilmente la sua già pericolante indipendenza. Nessuno pretende che un’invenzione immaginifica racconti una storia.

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