Siena ancora una volta, si riconosce nella propria storia. Alla vigilia del Palio del 16 agosto, dedicato nel cinquecentesimo anniversario alla Battaglia di Camollia del 1526, è stato presentato il Drappellone affidato alla pittrice rumena Teodora Axente. Un’opera nella quale memoria, spiritualità, identità civica e metamorfosi si intrecciano in una rappresentazione profondamente legata alla storia e alla tradizione senese.
La sindaca Nicoletta Fabio ha descritto l’opera come una trasformazione collettiva capace di modificare la città senza cancellarne l’essenza. «Siena si veste dei colori delle sue Contrade e assume una dimensione sospesa, capace di unire il sacro e il terreno, la spiritualità e la passione popolare, la materia e il sogno», ha detto.
Durante il Palio, ha ricordato Fabio, cambiano gli spazi, i gesti e persino il modo di attraversare la città, ma ciò che resta immutato è l’identità profonda della comunità. Una metamorfosi che non distrugge il passato, ma lo rinnova e lo consegna al futuro. «Tutto cambia, ma ciò che siamo rimane», ha sottolineato la sindaca, richiamando il celebre verso di Ovidio, Omnia mutantur, nihil interit: tutto si trasforma, nulla perisce.
È proprio la metamorfosi il filo conduttore dell’opera di Teodora Axente. Un concetto che assume però, in questo Palio, anche una precisa dimensione storica. Cinquecento anni fa, il 25 luglio 1526, la Battaglia di Camollia rappresentò infatti uno dei momenti più intensi della storia senese. La vittoria non fu soltanto un successo militare, ma come l’affermazione della capacità di una comunità divisa di ritrovare unità nella difesa della propria libertà, autonomia e identità.
A raccontare nel dettaglio l’opera è stato il curatore e critico d’arte Riccardo Freddo, che ha definito il Drappellone non soltanto un’opera d’arte, ma «un simbolo, un testimone della storia di Siena, della sua fede, della sua identità e del suo popolo».
Il cuore della composizione è la Vergine, collocata al vertice e avvolta da un grande manto azzurro che sembra proteggere l’intera scena. Sotto di lei, due cherubini sorreggono e onorano gli stemmi della città. I loro corpi, secondo il linguaggio metamorfico caratteristico di Axente, si fondono con quelli dei pesci, simbolo antico del cristianesimo e della comunità dei credenti.
Per Teodora Axente, essere scelta per dipingere il Drappellone del 16 agosto è stato «un onore immenso e un privilegio raro». Un’emozione resa ancora più forte dal fatto di essere un’artista straniera chiamata a entrare in una tradizione antica e profondamente identitaria.
La sua ricerca sul sacro ha trovato a Siena un terreno particolarmente fertile, culminando nella mostra personale Metamorfosi del Sacro al complesso museale del Santa Maria della Scala.
Il rapporto con la Madonna, peraltro, affonda le proprie radici nell’infanzia dell’artista. Cresciuta in Romania con i nonni, Axente frequentava con loro la chiesa del paese. A dieci anni dipinse su vetro una Madonna con il Bambino. La nonna donò l’opera alla chiesa e il sacerdote la collocò sull’altare. Per la giovane Teodora fu, come lei stessa ha raccontato, «la mia prima vera mostra».
Quell’esperienza è rimasta nel suo immaginario ed oggi torna, trasformata, nel Drappellone senese.
E così, mentre Siena si prepara a vivere ancora una volta il proprio rito più identitario, il Drappellone di Teodora Axente porta in Piazza del Campo una storia fatta di trasformazioni: quella della città, quella della memoria e quella di un’artista che ha incontrato Siena e ne ha lasciato una propria interpretazione.
