Francesco Guccini ha parlato ai giovani della sua generazione. Eppure, anche quando giovane non lo era più da tempo, ha continuato a essere ascoltato e amato da ragazzi nati decenni dopo le sue prime canzoni. È uno dei rari casi in cui un autore è riuscito a oltrepassare il tempo della propria stagione, perché la sua musica è insieme poesia e memoria: appartiene a un’epoca precisa, ma continua a parlare a epoche diverse.
Ne ebbi una conferma concreta nella primavera del 2014. Guccini era arrivato a Siena per rendere omaggio all’amico Sergio Staino, in occasione della grande mostra Satira e sogni allestita al Santa Maria della Scala. In quel periodo dirigevo il Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali dell’Università di Siena. Fu quella sera, in piazza del Campo, che capii quanto Guccini fosse importante anche per i nostri studenti. Una ragazza mi fermò con una semplicità che non ho mai dimenticato:
“Professoressa, ci porti Guccini al Dipartimento.”
In quella richiesta c’era molto più del desiderio di incontrare un cantante famoso. C’era il bisogno di confrontarsi con un intellettuale capace di dare parole, musica e memoria a un pezzo della storia italiana. E capii che quell’incontro avrebbe potuto regalarci qualcosa di prezioso: sentirci, studenti e docenti, parte della stessa catena generazionale. All’università la chiamiamo relazione maestro-allievo, ma è qualcosa di ancora più ampio. È il filo che ci permette di ricevere un’eredità culturale e, nello stesso tempo, di consegnarla a chi viene dopo di noi.
Per questo decidemmo che l’incontro – che si tenne il 21 novembre – dovesse essere davvero degli studenti. Furono loro a organizzare tutto: dalla distribuzione dei 538 biglietti gratuiti al servizio d’ordine. Il titolo scelto insieme fu Tra poesia e memoria.
Aprendo l’incontro ricordai una convinzione che continuo a sentire profondamente mia. “Gli scienziati ci dicono che la memoria è come un muscolo e va allenata. Ma non esiste soltanto la memoria individuale. Anche una comunità possiede una memoria, capace di conservare eventi, immagini, emozioni, idee. È anch’essa fragile e può deteriorarsi. Anche la memoria collettiva ha bisogno di essere esercitata. L’università, questo intreccio di relazioni umane e formative, è la palestra in cui si allenano insieme la memoria individuale e quella sociale”.
Guccini non volle cantare. La sua lezione-dialogo, introdotta da Stefano Carrai e dalle parole della studentessa dal cui grido tutto era partito, e accompagnata dalle immagini di Sergio Staino, iniziò con una riflessione sul rapporto tra memoria e dialetto, tra il modenese della sua infanzia e il “pavanese” della montagna. Poi Francesco rispose alle domande degli studenti parlando di creatività, di musica, del mestiere di scrivere canzoni e del ruolo civile della cultura.
In quella palestra universitaria, Guccini e Staino offrirono ai nostri studenti una lezione che andava oltre la letteratura, la storia o la canzone d’autore. Ricordarono, con la loro stessa presenza, che nessuno costruisce il futuro senza dialogare con il proprio passato; che ogni cambiamento nasce anche dalla capacità di fare i conti con la memoria, persino quando la si vuole mettere in discussione.
Conservo ancora oggi il ricordo di quella giornata con una gioia quasi infantile. Per una volta mi sembrò di essere riuscita a fare ai nostri studenti uno dei regali più belli che un’università possa offrire.
