Da tifoso appassionato del calcio del Siena a guida carismatica di una comunità religiosa. La storia di Piero Babbini è una delle vicende più singolari che hanno attraversato la provincia senese tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.
I più anziani tifosi della Robur Siena lo ricordano ancora a bordo campo, macchina fotografica a pellicola alla mano, intento a immortalare le partite dei bianconeri. Strumenti e tempi diversi rispetto al digitale di oggi, ma con la stessa passione. Babbini fu anche tra i fondatori dei Fedelissimi Siena, testimonianza di un legame profondo con la squadra e la città.
All’inizio degli anni Ottanta, però, la sua vita cambiò radicalmente. A pochi chilometri da Siena, nella località di Sant’Ansano a Dofana, nel comune di Castelnuovo Berardenga, Babbini diede vita a una comunità religiosa, trasformando una piccola chiesetta in un centro di aggregazione spirituale. Da quel momento abbandonò i panni del tifoso per assumere quelli del leader religioso, facendosi chiamare “Apostolo Pietro inviato da Dio”.
Accanto a lui operava anche un giovane sacerdote, Don Enzo Cupani, descritto da chi lo aveva conosciuto prima dell’esperienza comunitaria come una figura dalle idee innovative. La comunità iniziò rapidamente a crescere, attirando persone in cerca di conforto spirituale e, in alcuni casi, di eventi miracolosi attribuiti a Babbini.
Il fenomeno non passò inosservato. Anche la stampa, inizialmente cauta, cominciò a interessarsi alla vicenda, contribuendo a dare visibilità a una realtà che divideva opinione pubblica e ambiente religioso. Con il tempo, tuttavia, la Chiesa senese guidata da Mario Ismaele Castellano cercò di intervenire per riportare sotto controllo l’esperienza nata a Dofana, senza però riuscirci del tutto.
Il momento di massima tensione si registrò nel 1983, quando a Sant’Ansano si tennero due celebrazioni parallele: una messa officiata all’interno della chiesa dall’inviato della Curia, Don Savino Mazzini, e una celebrazione esterna guidata da Cupani con il sostegno di Babbini e dei membri della comunità. Un episodio che segnò di fatto la frattura definitiva.
Quell’evento è spesso considerato l’atto conclusivo dell’esperienza originaria di Dofana. Tuttavia, la comunità non si sciolse: continuò infatti la propria attività in area aretina, dove la figura dell’“Apostolo Pietro” ha continuato a essere seguita e venerata da alcuni fedeli.
Resta oggi una vicenda complessa, difficile da quantificare nei numeri e nelle dimensioni reali, ma che testimonia un fenomeno di devozione popolare nato all’incrocio tra fede, carisma personale e contesto sociale di quegli anni.
