Teniamoci stretto il 2 luglio

Tra minacce di pioggia e l'eredità storica della Visitazione, ecco perché la data del Palio non è negoziabile e ogni rinvio deve rimanere una fatalità. Dal ‘miracolo’ di Provenzano alle feste di Matera ed Enna, la data segna riti dove la trasgressione e l'eccesso sono la massima espressione di un popolo.

Teniamoci stretto il 2 luglio
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

2 Luglio 2026 - 12.13


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Anche quest’anno il 2 luglio sembra voler tradire i senesi. Mentre scrivo, l’incombere della pioggia lascia ancora nell’incertezza lo svolgimento del Palio. Questa instabilità non è una novità: negli ultimi anni il meteo ha più volte concentrato i suoi sforzi maligni proprio nel giorno della Carriera, offrendo prima giornate di caldo torrido e poi violenti scrosci d’acqua.

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Gli amici non senesi si chiedono: perché, dato il consolidarsi del cambiamento climatico, non posticipare definitivamente di un giorno o due il Palio di luglio? Cosa cambierebbe, alla fine?

La risposta è no: una data non vale l’altra. Lo spostamento deve rimanere una fatalità, un’eccezione, una piccola sciagura.

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In Italia diverse feste cadono il 2 luglio, nella ricorrenza tradizionale della Visitazione; quella visita che, secondo il Vangelo di Luca, Maria, incinta di Gesù, fece all’anziana cugina Elisabetta, a sua volta in attesa di Giovanni Battista che avrebbe sussultato nel suo grembo al momento dell’incontro. Si tratta di feste molto partecipate, convolgenti e in alcuni casi cariche di eccessi. Nessuno stupore: Sigmund Freud ci ha spiegato già nei primi del Novecento che la “festa” è un eccesso permesso; è l’infrazione solenne di un divieto. Ed è ormai noto che da tutto questo, nel mondo, sono nati sistemi culturali complessi e rituali importanti.

A Siena il culto della Madonna di Provenzano – cui è dedicato il Palio di luglio – è legato a un miracolo che sarebbe avvenuto nel 1594, quando un soldato spagnolo sparò con un archibugio contro un’immagine della Vergine. Secondo la tradizione, l’arma esplose uccidendolo, mentre il volto della Madonna rimase miracolosamente intatto. Per celebrare questa devozione, nel 1611 fu consacrata la Basilica di Provenzano. Le celebrazioni in onore della Visitazione inclusero una corsa di cavalli nel Campo, presto organizzata dal popolo e delle Contrade, e non offerta dall’aristocrazia o dalle autorità municipali. Da allora il popolo di Siena ha fatto suo lo spazio della piazza, trasformando quella che era una celebrazione religiosa in una complessa macchina sociale e identitaria: una festa di popolo e un rito autonomo. In questo contesto, il popolo– nel tempo e nello spazio della festa – è autorizzato ad abbandonarsi anche a certi eccessi, libero di fare ciò che altrimenti, e altrove, sarebbe proibito.

La perdita del senso del primeggiare aristocratico non ha certo avvicinato la corsa a una concezione sportiva delle competizioni, come è tipico dei nostri giorni. Al Palio non vince il migliore, o almeno non il “migliore” nel senso inteso dall’utopia di de Coubertin di una competizione tra pari dove “l’’importante non è vincere, ma partecipare”. Nel Palio vige la disuguaglianza tra le Contrade che sono sì, formalmente, tutte sorelle, ma alcune più vicine tra loro, altre più nemiche, alcune più ricche o più popolose.  

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Da quando il Palio appartiene al popolo, imprimono il senso della trasgressione, oltre al vino e alle notti in bianco, le sfide con canti, insulti e qualche scontro fisico, qualche mulinare di cazzotti, che, agli occhi esterni o alle rigidità della legge, appaiono come eccessi violenti. A Siena li chiamiamo fronteggiamenti.

Entro la cornice temporale dei quattro giorni e nello spazio pubblico del Campo, l’uso della forza è una risorsa simbolica. La Contrada nel Campo si mostra in formazione: schierata a difesa del cavallo e ad affermazione della propria potenza, presenta le prime file garantite da uomini di robusta costituzione, cui seguono le altre componenti del popolo, le donne di varia età, secondo un ordine che si chiude con i bambini e i neonati nel passeggino.

I fronteggiamenti non si svolgono mai all’interno del mattonato – che pure accoglie gruppi numerosi di contradaioli e curiosi spettatori forestieri – ma sempre e solo sulla pista, in genere nel tratto che va dalla mossa alla curva di San Martino. Coloro che si fronteggiano sono gli stessi che si dispongono nelle prime file di ciascuna Contrada e che in quel contesto  devono portare a compimento la missione morale più alta: la salvaguardia dell’onore, dell’onorabilità, della rispettabilità e della credibilità della propria Contrada. Le forze dell’ordine non vengono mai prese di mira, né si ha notizia di ordini di servizio che abbiano selezionato per quei giorni individui particolarmente robusti o solo maschi (anche le vigilesse vi partecipano).

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Anche a Matera la festa sarebbe nata da un miracolo: l’apparizione di una giovane donna, rivelatasi poi essere la Madonna, che avrebbe chiesto un passaggio su un carro per recapitare al Vescovo la richiesta di costruire un tempio in suo onore. La storia viene ricordata all’alba del 2 luglio con una processione di pastori. Poi la statua della Madonna della Bruna viene issata su un monumentale carro di cartapesta trainato da quattro coppie di muli. La denominazione “Bruna” potrebbe fare riferimento a colei che difende il popolo (da brùnja, la corazza), oppure a colei che si recò a Hebron, in Giudea, per visitare Elisabetta. I Cavalieri della Bruna fanno da scorta d’onore fino alla cattedrale, prima che il carro venga furiosamente fatto a pezzi nel rito dello strazzo. Gli assalitori tentano con grande irruenza di portarne a casa un frammento e, tra i contendenti, ogni colpo è ammesso. I vastasi, gli “angeli del carro”, armati di nerbo di bue, proteggono la struttura in cartapesta dagli assalti di chi vorrebbe anticipare lo strazzo finale, pur di accaparrarsi una reliquia benaugurante. Anche in questo caso, atti apparentemente violenti vengono sublimati in attività eticamente accettabili e culturalmente valorizzate.

Un po’ diverso è il caso di Enna, dove il 2 luglio si commemora una statua della Madonna scampata miracolosamente a un naufragio nel 1412. I festeggiamenti, come a Siena, iniziano il 29 giugno e culminano il 2 luglio, quando la statua viene collocata sull’altar maggiore per poi essere portata in spalla, coperta di gioielli preziosissimi che rappresentano, già di per sé, un primo eccesso. Una particolare euforia devozionale spinge i fedeli a sfilare a piedi nudi e a trasportare a spalla la pesante Nave d’oro. Anche a Gela migliaia di devoti seguono la Vergine camminando scalzi lungo tutto il percorso di una processione faticosissima, che dura molte ore e si chiude a mezzanotte con grandi fuochi d’artificio.

Si tratta di feste di origine religiosa che nascono e ruotano intorno alla data della Visitazione – e ce ne sono molte altre – ma che sono al contempo feste laiche di trasgressione, caratterizzate da rituali di popolo fieri e da dinamiche di eccesso regolamentato. Perciò teniamoci stretto il 2 luglio.

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