Il palio – nel senso del drappellone, anche se il discorso si potrebbe estendere al Palio con la maiuscola, cioè alla corsa e tutto ciò che avviene nel Campo – va visto da vicino. Non in tv né tantomeno da qualche foto.
Va visto quando incede con dignità sul carroccio, chiude il corteo e anticipa l’ingresso dei cavalli. Va visto sul giallo del tufo, sotto il soffitto rotondo del cielo celeste che chiude la piazza e vicino alla bandiere colorate delle Contrade. Va visto quando cala la luce e quando la seta si scuote o si accartoccia un po’ per una bava di vento.
Solo allora si capisce se il ‘cencio’ riesce a contenere tutto quello che i senesi gli affidano, cuore, speranza, gioco. Quando nello stesso istante tutti guardano la stessa immagine, e sincronizzano i respiri e i battiti di tutti i loro cuori. Solo allora si capisce se il cencio ‘regge’ la piazza.
Questo cencio, per ora, l’ho visto solo lontana da Siena, e solo da qualche foto. Nè ho avuto modo di ascoltare la presentazione che ne è stata fatta nel cortile del Podestà. Dunque sono manchevole, e queste mie poche osservazioni hanno così tanto di personale da contare alla fine davvero poco.
Appena ho visto la foto del drappellone ho chiamato amici senesi. Dove sta San Francesco? Nel ricamo che chiude lo scollo della Madonna. Bisogna proprio cercarlo. Cosa ci fa quella ragazza che versa acqua da una grande brocca? Che sia dell’Acquario? No, è il sogno senese del «trovar la Diana» (per dirla con quel caustico di Dante). Davvero la donna sembra triste? Cosa avete capito, i cavalli si abbracciano o si scontrano?
Ecco, un po’ troppe domande per un’opera cui è chiesto un impatto diretto. Il cencio di Nones, visto da lontano, propone un’iconografia poco trasparente, che ha bisogno di più di una didascalia, e questo mi lascia insoddisfatta.
Per deformazione professionale di medievista continuo a credere che avesse ragione chi, nel 1329, descriveva un affresco scrivendo che “ogni piccolo banbolino sanza domandare può intendere ciò che la tinta parete manifesta”.
E’ bello capire senza didascalie, come fanno i bambini che accolgono l’immagine così com’è. Ed è bello anche che il popolo senese rimanga ogni tanto un po’ bambino.
Aggiungo il mio rispetto totale per ogni artista del palio. Li rispetto perché hanno il coraggio di sottoporsi a un giudizio di popolo, peraltro sempre sommario, rapido e spietato come fa il popolo, così lontano dalle parole che i critici pronunciano nelle gallerie d’arte o scrivono nelle riviste specializzate.
Dei pittori di palii mi disturba solo quando non degnano il drappellone di una briciola della loro creatività, quando sprecano l’occasione unica per entrare con la loro arte in sintonia con un palpito collettivo, non riproducibile a comando. Ma non è il caso di Ismaele Nones.
Maestro Nones, ci vediamo sul tufo.
