L'arte del dribbling nella prima settimana di Coppa del Mondo

Il Mondiale è la tribuna per un'analisi degli uno-contro-uno: da giocatori in rampa di lancio, fino alle problematiche delle grandi nazionali, alle prese con i problemi dei loro creatori di superiorità numerica

L'arte del dribbling nella prima settimana di Coppa del Mondo
Diallo e Diomandé (foto di: Instagram @manutd)
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17 Giugno 2026 - 00.51 Culture


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di Lapo Vinattieri

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Prendiamo la prima settimana di questo Mondiale. Se guardassimo i dati, noteremmo che la percentuale di dribbling riusciti si attesta al 44% e che solo il 12% dei tocchi nella metà campo avversaria si tramuta in un’occasione da gol: numeri inferiori rispetto a quelli riportati durante la stagione calcistica. Colpa (o merito, decidetelo voi) di un dislivello più ampio tra le nazionali partecipanti al Mondiale, conseguenza dell’allargamento a 48 squadre, che costringe le sfavorite a schierarsi con un blocco basso per creare una maggiore densità difensiva.

In sostanza, creare superiorità numerica diventa molto più difficile. Eppure, alcune nazionali hanno i numeri per ribaltare questa concezione. La Francia guida la classifica teorica con una media di 14.1 dribbling riusciti per 90 minuti tra tutti i suoi convocati, seguita a ruota da Spagna, Inghilterra, Costa d’Avorio e Portogallo: guarda caso, quattro di queste cinque appartengono al poule delle favorite. Ma guardiamo cosa ci ha portato in dote questo primo turno del Mondiale.

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Sicuramente la presenza della Costa d’Avorio potrebbe far strabuzzare gli occhi, ma solo ad un pubblico meno esperto. La selezione africana vanta in rosa Yan Diomandé, esterno del RB Lipsia che in stagione viaggia con il 55% di dribbling riusciti. Nel debutto contro l’Ecuador — tra le migliori difese delle qualificazioni mondiali — il suo tabellino ha registrato 2 dribbling riusciti sui 4 tentati. Ma la vera svolta ivoriana è arrivata a 34 minuti dalla fine, sul risultato di 0-0, con l’ingresso di Amad Diallo, esterno del Manchester United scuola Atalanta. Il risultato? Gol vittoria al 90′ e ben 6 dribbling riusciti nel suo spezzone di partita. Quasi incredibile pensare che un talento simile si sia formato in Italia, dove la parola “dribbling” sta scomparendo dal vocabolario calcistico.

Ma le frecce ivoriane non sono le uniche ad aver dimostrato l’importanza del dribbling nel calcio moderno, chiedere a Olanda e Australia, e più nello specifico a Crysencio Summerville e Nestory Irankunda. Il primo è stato l’MVP contro il Giappone, segnando il gol del momentaneo 2-1 orange e completando 4 dribbling su 7. Il secondo, classe 2006 ex Bayern Monaco, è stato il simbolo della vittoria dei Socceroos contro la Turchia allenata da Vincenzo Montella, vistosi costretto a fare a meno di Kenan Yildiz dal primo minuto a causa di condizioni non ottimali. Lo juventino, una volta entrato, ha comunque dato nuova linfa al gioco dei turchi: non a caso viene da una stagione in cui è riuscito a saltare l’uomo ben 69 volte.

Il caso Yildiz dimostra però come avere individualità di livello non significhi sempre sfruttare la superiorità numerica. Per informazioni, chiedere al Brasile: sesta squadra del torneo per dribbling riusciti sommando i numeri dei suoi convocati, la Seleção nel match contro il Marocco non ha fatto valere questo fattore. Merito anche di Hakimi, che con le sue sgroppate sulla fascia di Vinícius Jr. ha costretto la stella del Real Madrid — primatista nei dribbling tra i brasiliani — a una partita conservatrice, sebbene ciò non gli abbia impedito di firmare il gol dell’1-1 finale. La posizione di Vini, bloccato sulla linea laterale e chiamato alla doppia fase, è la diretta conseguenza della gestione di Carlo Ancelotti, allenatore che lascia sì molta libertà alle sue stelle, ma che pretende anche un enorme sacrificio, senza badare al nome sulla maglietta.

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Se per i brasiliani la rinuncia al duello individuale è stata una scelta strategica, per altre nazionali l’assenza di giocatori abili nello strappo diventa una condanna all’impotenza. È il caso della Spagna vista nel deludente 0-0 contro Capo Verde: privata dall’inizio delle fiammate di Lamine Yamal e Nico Williams, De La Fuente ha optato per un insolito Gavi sull’esterno nel tridente con Oyarzabal e Ferran Torres. Il risultato è stato un possesso palla puramente orizzontale, e contro una nazionale nettamente inferiore come Capo Verde che ha optato per un blocco basso, privarsi dell’uno-contro-uno non può essere la soluzione.

Diversa la situazione del Belgio. Nel primo tempo contro l’Egitto gli uomini di Rudi Garcia si sono affidati ad un attaccante più mobile come De Ketelaere, cercando continuamente la superiorità numerica con Jeremy Doku. L’esterno del Manchester City è stato però raddoppiato in modo sistematico da Salah e compagni, capaci anche di trovare il vantaggio nel primo tempo. La contromossa per riacciuffare il risultato è stata l’inserimento del più classico dei numeri 9, Romelu Lukaku. Entrato al 65′, la sua strapotenza fisica ha calamitato la difesa avversaria, portando al pareggio dei Diavoli Rossi appena 20 secondi dopo il suo ingresso. Il “teorema del 9” diventa così l’unica contromisura quando i solisti vengono disinnescati, rappresentando l’alternativa fisica per scardinare la densità e avvicinarsi all’area di rigore.

Questa primo turno di partite dimostra, ancora una volta, quanto il dribbling sia centrale nel calcio moderno. Oltre alla sua capacità di creare la superiorità numerica, questa Coppa del Mondo ne sta evidenziando molti aspetti diversi, come la possibilità di spostare l’attenzione delle difese avversarie su determinati giocatori. Certo, i numeri a riguardo sono al ribasso, ma anche a causa di difese molto più quadrate e dell’assenza forzata di alcuni grandi dribblomani nel debutto mondiale. Dunque, per quanto assomigli ad una frase di circostanza, ancora una volta i dati non dicono tutto.

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