Luisa Muraro, che ci ha lasciato ieri, 13 giugno 2026, è stata una delle voci più originali del pensiero femminista ma anche, in generale, una delle grandi pensatrici del Novecento italiano. Filosofa e teologa ha fatto della differenza una libertà: L’Uomo non esiste, ha detto, esistono uomini e donne.
Tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano (1975) e della comunità filosofica femminile Diotima (1983), ha costruito una delle riflessioni più originali sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità. Indimenticabile e scandaloso il suo Il Dio delle donne uscito nel 2003. Intorno alla sua “ teologia in lingua materna” si scatenò una discussione a vari livelli, approdata anche in televisione (su La7).
Il suo è stato un pensiero forte, eppure non è stato un pensiero solitario. Per le donne della mia generazione, cresciute e formate nella seconda metà del ‘900, pensare a Luisa Muraro non è così diverso da ricordarsi le pagine più rivoluzionarie di Carla Lonzi, con il suo Sputiamo su Hegel (1970) che sfidavano il patriarcato e il marxismo insieme. Tanto per dire. “Sputiamo su Hegel – spiegava Carla – l’ho scritto perché ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione”. Cinquant’anni fa Carla denunciava il patriarcato di Marx, Lenin, Freud e tutti gli altri, “denunciava il tradimento della rivoluzione e della psicoanalisi: tutte le cose importanti, tutti i cambiamenti importanti avevano considerato le donne poco importanti” (così Annalena Benini su Il foglio del 28 ottobre 2023).
Se Luisa è stata una filosofa, ma non è stata solo una filosofa, Carla, di una decina di anni più vecchia, è stata una storica dell’arte ma non solo una storica dell’arte, bensì anche lei una delle iniziatrici del femminismo italiano. Sputiamo su Hegel ebbe un ruolo fondamentale nell’evoluzione della coscienza politica delle donne, con quell’invito forte a non subire i libri ma a usarli, se necessario anche rovesciandoli contro se stessi. Non riconoscendosi nella cultura maschile, scriveva Carla, la donna le toglie l’illusione dell’universalità.

In modo assolutamente soggettivo ricordo l’autentica svolta – una violenta consapevolezza che mi colpì come un pugno nello stomaco – che rappresentò per me la lettura di un quaderno di Sottosopra, il periodico curato appunto dalla Libreria delle donne di Milano (1983). Era un fascicolo di grande formato, un giornalone verde dal titolo Più donne che uomini, che ebbe una grande diffusione e fu tradotto in francese, inglese, tedesco e spagnolo. Lo conservo ancora, tutto annotato a matita. Tema centrale era la contraddizione – che ancora in tante ci attanaglia – tra la voglia di vincere e un perdurante sentimento di estraneità. Un altro numero, quello del Sottosopra rosso del 1996, aveva per titolo È accaduto non per caso. Il patriarcato è finito: un enorme guadagno, un enorme compito, e anche quello ha fatto data.
Bello! Appuntavo nel 1983 vicino alla frase “Il movimento delle donne ha fatto rinascere la baldanza perduta con l’infanzia”. Due frecce convergevano verso un’altra frase più volte sottolineata: “Ci siamo messe da parte per esistere e avere parte nel mondo, non per esaltarci di una marginalità che è fasulla quando non sia disperata e perdente”. E ancora una freccia verso: “Riconoscere che una nostra simile vale di più spezza la regola della società maschile secondo cui, tolta la madre, le donne sono in definitiva tutte uguali”.

Oggi tutto il pensiero, anche quello delle donne, è in parte cambiato, come è cambiato il mondo, anche se non mi pare che si sia fatto più profondo su tutti i terreni. Intanto IL femminismo si è smembrato NEI femminismi, acquisendo in ampiezza quello che perde forse in dirittura e anche in efficacia comunicativa.
Dovremmo essere tutti femministi (2012) è un libretto che ho letto in un soffio, scritto da Chimamnda Ngozi Adichie che fornisce una nuova definizione di femminismo, più aderente al pensiero della generazione di donne nate negli anni Settanta. “La mia definizione di femminista è: femminista è un uomo o una donna che dice: Sì, c’è un problema di genere oggi come oggi, e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio… Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli”.
Oltre cinquant’anni dopo Sputiamo su Hegel, oltre quaranta dopo Più donne che uomini, grazie a Carla, Luisa e a tante altre donne, oggi possiamo non sentirci più oppresse. Eppure, anche le adolescenti che non conoscono né Carla Lonzi né Luisa Muraro e probabilmente neppure la più giovane Chimamnda Ngozi Adichie, loro che per fortuna non si sentono oppresse, che guardano alle battaglie della madri e delle nonne come a qualcosa che appartiene tutt’al più ai libri di storia, perché beate loro non hanno ancora perso la “baldanza dell’infanzia”, sono in qualche modo vagamente consapevoli che quella strada intrapresa non è finita nel 1975, né nel 1983, né nel 2003 e nemmeno nel 2012.
Insomma, non abbiamo ancora finito di sputare su Hegel. Nessuna di noi. Eppure, nemmeno questo basta. Ci vuole anche la gratitudine. “Ci vuole gratitudine verso le donne che hanno fatto tutta la fatica, che giorno dopo giorno hanno cambiato le cose e che non hanno nemmeno un nome, un ritratto, una lapide, perché non hanno avuto la parola. E ci vuole anche gratitudine verso le nostre figlie, che ci insegnano la libertà” (così ancora Annalena Benini).