di Bruno Valentini
“E’ un’operazione che mi fa piacere. Perchè una banca italiana acquista un’altra banca italiana importante per il nostro mercato, come è quello veneto. Faccio i miei complimenti a Mussari”. Lo disse il giorno successivo alla notizia dell’acquisizione di Antonveneta da parte di BancaMPS Guido Crosetto (attuale Ministro della Difesa e co-fondatore di Fratelli d’Italia insieme a Giorgia Meloni), allora deputato di Forza Italia e consigliere di Berlusconi in materia bancaria.
Una dichiarazione analoga a quella di esponenti politici di destra, centro e sinistra, nonchè degli esponenti del mondo imprenditoriale e finanziario, oltre che di tutta la stampa nazionale ed internazionale. Diciamolo una volta per tutte.
La stragrande maggioranza dei protagonisti di quella stagione politica (siamo nel 2007) fu d’accordo con l’operazione-lampo (fatta all’insaputa della Fondazione MPS e delle istituzioni locali) condotta da Mussari per strappare sul tempo Antonveneta alle banche concorrenti. Berlusconi stesso benedì l’operazione concordando di indicare un suo uomo, l’avvocato senese Andrea Pisaneschi, a presiedere la nuova Antonveneta.
Del resto, la concordia di tutta la politica senese sulle vicende MPS-Fondazione è dimostrata anche dal fatto che nell’autunno 2011 i consiglieri di maggioranza e di minoranza del Comune di Siena (tranne una sparuta pattuglia di liste civiche) votarono unanimemente per ratificare la partecipazione della Fondazione MPS all’aumento di capitale della banca. Atto che determinò la spoliazione del patrimonio della Fondazione, che fu salvata (almeno nelle risorse residue che ancora le conferiscono una significativa attività di erogazione) solo ad inizio 2014, grazie alla determinazione della presidente Antonella Mansi, sostenuta da me sindaco a da Simone Bezzini presidente della Provincia che rifiutò la svendita e l’azzeramento della Fondazione (caldeggiata dal presidente di Banca MPS, Alessandro Profumo) e riuscì a ripristinare una minima dotazione patrimoniale. Questa fedele ricostruzione dei fatti, che non assolve le scelte scellerate fatte da Mussari/Vigni ed avallate da Draghi-Saccomanni-Tarantola (i dirigenti di Banca d’Italia all’epoca), Ministero del Tesoro (Tremonti) e Consob, serve solo per evitare becere strumentalizzazioni fatte per alzare cortine fumogene sulle collettive responsabilità politiche.
Detto questo, c’è da evidenziare che la crisi patrimoniale di Banca MPS non fu determinata solo dalle ferite per l’incauto acquisto di Antonveneta, ma prevalentemente dal peso delle sofferenze per i prestiti non restituiti, frutto dell’andamento negativo dell’economia italiana. Le dimensioni delle necessarie ricapitalizzazioni (dovute anche dalla severità con cui la BCE disciplinò lo specifico caso MPS) non sarebbero state fronteggiabili dal pur cospicuo patrimonio della Fondazione.
Per cui chi asserisce che se la Fondazione non si fosse impoverita (ma c’è da domandarsi chi avrebbe supportato la crisi della banca nel 2011) si sarebbero potuti evitare interventi esterni, non ha molta dimestichezza coi numeri reali. Ecco poi che nel 2017 il ministro PD Padoan convince il Governo a impiegare circa 5 miliardi per la cosiddetta “ricapitalizzazione preventiva” di MPS che ne evitò il default dovuto alla incalzante crisi di fiducia dei depositanti. Lo Stato entra nel 70% del capitale azionario ed in pratica nazionalizza MPS.
Ogni ragionamento sul futuro deve partire da qui. MPS era un Istituto di diritto pubblico, poi trasformato in spa. Successivamente nazionalizzato e poi gradualmente ri-collocato sul mercato. Tutto ciò che sta accadendo è frutto degli indirizzi del Governo. Lo hanno detto perfino i magistrati che indagano sull’acquisto di Mediobanca da parte di MPS. Fu frutto di un “concerto” fra l’A.D. di MPS Lovaglio, alcuni soci privati (Caltagirone) e la volontà del governo.
Se oggi banca Intesa, con la complicità di Unipol, ha potuto pianificare una scalata ostile contro MPS è solo perchè ha avuto il lasciapassare della Meloni, che ha garantito la neutralità del governo. Come Ponzio Pilato, i ministri Giorgetti e Tajani se ne sono lavati le mani, limitandosi ad auspicare che saranno i soldi a decidere.
Quando gli ha fatto comodo, hanno sfidato la Commissione Europea per bloccare con la golden share l’operazione di Unicredit contro BPM. Ora tutti angioletti che assistono come semplici spettatori all’omicidio economico della banca più antica del mondo.
Ma pensano davvero che una abnorme concentrazione del sistema bancario faccia bene all’economia italiana, recidendo ogni legame con i territori? Del resto se proprio Intesa-San Paolo vuole crescere può fare come Unicredit con Commerzbank in Germania invece di cannibalizzare le banche italiane. Se il Governo non vuole intervenire (che significa che fa il tifo per gli aggressori) allora si devono muovere con decisione le istituzioni ed i sindacati interni. Con ogni forma di resistenza. Il sindaco di Isernia ha piantato una tenda davanti all’ospedale per evitarne lo smantellamento. Voi cosa siete disposti a fare per non perdere il nostro riferimento economico più grande?
