Ricordate il volto angelico di Giorgia Meloni dipinto da Bruno Valentinetti nella basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma? Il dipinto era salito agli onori della cronaca verso la fine di gennaio, quando si scoprì che in una cappella dedicata ai Savoia uno dei due angeli (più propriamente due vittorie alate) ai lati del busto del re di maggio, Umberto II, aveva assunto inaspettatamente i tratti di Meloni grazie al restauro realizzato dallo stesso autore dell’opera (l’artista in passato aveva lavorato ai decori in una residenza di Silvio Berlusconi, ed era stato candidato con La Destra – Fiamma Tricolore nel I° Municipio di Roma). Inevitabilmente la vicenda finì nel ridicolo, perché a seguito dell’irritazione del Vicariato di Roma il volto era stato cancellato, ma a quel punto a irritarsi era stata la Soprintendenza, non interpellata per autorizzare l’intervento di ripristino.
Ed ecco nei giorni scorsi arrivare un’altra epifania della presidente. Questa volta il tramite dell’apparizione è uno spot, in cui la vittoria alata veste il tailleur delle occasioni solenni. Meloni, nell’atto di giurare come presidente del consiglio, appare in sogno a una donna che, nella notte che precede il 2 giugno 1946, non sa ancora se recarsi a votare, visto e considerato che gli uomini hanno fino a quel momento fatto a meno della sua opinione. In un patinato sequel del film di Paola Cortellesi, Teresa è incerta se esercitare questo diritto piovuto da chissà dove (chissà infatti da dove? Non dalla Resistenza, che lo spot per brevità non ha il tempo di evocare, né dalle battaglie suffragiste ancora precedenti. Il mistero rimane). Teresa gira il sugo (gesto semplice, ma fondamentale perché il sugo non attacchi), mette a tavola la famiglia, va a letto senza leggere nemmeno un fotoromanzo (mentre il marito tiene la luce accesa e il quotidiano squadernato per esteso). È lui a suggerirle con garbo di andare, ma Teresa si gira nel letto e si addormenta rimandando la decisione (e infatti c’è ancora domani). Ma quando le appare in sogno la prima donna presidente del consiglio, ecco la folgorazione. E allora che fai, non corri al seggio ancora prima che apra? Perché, lo spiega didascalicamente, per le più dure, il claim, il futuro ha bisogno di voi.
Eccolo là, il contributo delle donne, la fregatura eterna. Vi abbiamo concesso il voto, adesso usatelo che fra ottant’anni se va bene una di voi sarà il presidente del consiglio. Basta che si conformi al maschile sovraesteso, quello della grammatica linguistica, che è specchio della grammatica politica.
Vittoria alata o evocazione onirica, le due apparizioni messianiche evocano una promessa che non è più rinviata alla fine dei tempi, ma diviene forza che agisce, si impone e vince nel cuore del presente. Riscattando, però, non l’attesa delle donne (le cui lotte e conquiste non sono rappresentate neppure sullo sfondo) ma quella di un’area politica «che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica», come dice Meloni nel suo discorso di insediamento, lo stesso in cui l’antifascismo è citato solo per aver agito a colpi di chiave inglese».
