di Valentina Tinacci
Avevo visto un’immagine di Persepolis in quel caos allegro che era la rete dei primi anni Duemila. Quindi avevo comprato il libro, il primo, poi l’edizione integrale.
Poi avevo prestato tutto a qualcuno che mi ero dimenticata chi fosse. Niente più Persepolis, definitivamente scomparso dalla libreria. Ma c’erano sempre Maus e Dalla parte della bambine, che erano libri-specchio di Persepolis, anelli della stessa catena di pensieri, pareti per echi opposti – uno echeggiava alcune cose, uno altre, ma insieme le sensazioni si ricomponevano.
Ho sempre pensato che esistessero gruppi di libri sostitutivi, ogni libro un fascio di sensazioni ben precise che si poteva però ricomporre assemblando altre letture. Portavano altre sfaccettature, ma se messe insieme – cioè, nella mia lingua privata, lette contemporaneamente o in giorni molto vicini – potevano produrre un’accettabile e sorprendente somiglianza di effetti e stimoli, una specie di sinonimia.
Certo, quando il bisogno morde, nulla funziona come l’originale. Ci vuole quella precisione lì, quella punta affilata – come la freccia di Cupido, come una parola in una poesia.
Quindi l’ho ricomprato, in un’edizione più economica, dopo che mi erano nati due figli: perché desideravo toccare di nuovo quell’esatto miscuglio di sentimenti umani intrecciati in una situazione storica e politica precisa e dolorosa, a ideologia zero. L’autobiografia, con i suoi episodi un po’ caotici, proteggeva dal rischio di una rappresentazione razionale e dimostrativa. Eppure il bene e il male esistevano, e coesistevano nel bianco e nero del disegno. Però erano tridimensionali. Realistici. Affetti e sorrisi nella paura, un dolore che non è depressione, la possibilità del coraggio, le scappatoie del quotidiano, quel po’ di ironia che sostiene e non nega la forza di uno sguardo infantile, proveniente da una bambina decisa che vorrebbe essere al tempo stesso la giustizia, l’amore e la collera divina.
Mi serviva verificarne l’esistenza con certezza e fiducia, anche dentro di me, anche nel mondo che mi stava intorno, portarne la consapevolezza nel mondo che sarebbe venuto. Sapere e trasmettere che quel nodo lì, proprio quello, era la cosa da tenere cara, e anche – allo stesso tempo – la cosa più politica di tutte.
Mi guardavo intorno e mi sembrava che mi ci volesse il coraggio di Matilde che si addentrava al centro della terra per risolvere le cose, alla ricerca del drago Ajdar. Ho il sospetto che leggessi tutte le sere quel libro che Satrapi aveva scritto e illustrato per i bambini – con la scusa della nanna – per me più che per loro.
Questo è quello che posso raccontare di Marjane Satrapi.
Poi c’è tutto il resto, che sappiamo già, o che altri diranno meglio, con studi ponderosi o con passaggi appuntiti e leggeri. Ricostruiranno i nessi, legheranno le cause agli effetti, in un lavoro paziente. (Un altro libro mi risuona nelle parole che sto scrivendo, e respira la stessa aria e la stessa storia, lo stesso Iran che è solo l’Iran e non è solo l’Iran, ed è Leggere Lolita a Teheran).
E quindi perché ho scritto questo lungo pezzo semi-autobiografico-che -sembra-così-ma-non-lo-è-veramente? Solo una testimonianza. O una prova.
Che Marjane Satrapi ha saputo guardare e raffigurare e che, come ogni vero artista, ha fatto risuonare la verità – e attraverso questa la speranza e la fiducia, che sono le sue umane compagne – nelle vite degli altri. Non perché Persepolis voglia parlare di speranza e fiducia, ma perché è la verità, quando è vera, a farle sorgere negli esseri umani.
En fin, mi piace pensare che la sua morte stessa – raccontata dagli amici come una morte causata dal dolore e dalla tristezza (“morire di crepacuore”, quando è sparita dalla letteratura questa morte antica?) sia stata anch’essa un tributo alla capacità degli esseri umani di ascoltare e riconoscere la verità, compresa quella dell’amore e del dolore. Non ci dà anche questo una speranza sulla nostra possibilità di sentire, rispetto alle altre morti da cui siamo circondati?