di Marco Valenti
Ci sono luoghi in cui la storia non si limita a riposare sotto strati di terra, ma continua a respirare, a farsi interrogare e soprattutto a farsi comprendere da chiunque abbia la curiosità di ascoltarla. La Fortezza medicea di Poggio Imperiale a Poggibonsi è senza dubbio uno di essi.
E non è un caso che qui, nel Cassero della Fortezza medicea, il 6 giugno alle ore 17.30 verrà ospitato un incontro dedicato alla memoria di Riccardo Francovich; si terrà nella sala che oggi porta il suo nome e non poteva esserci cornice più azzeccata. È proprio su questa collina, infatti, che Francovich e la sua équipe dell’Università di Siena diedero il via a un progetto di ricerca pluriennale; un’impresa capace di trasformare un tradizionale cantiere di scavo in uno dei laboratori scientifici, culturali e comunicativi più innovativi del nostro Paese.
Nato il 10 giugno del 1946, Riccardo Francovich non è stato un semplice accademico; lo si può definire un visionario e un combattente in un mondo universitario in cui, per decenni, l’Archeologia Medievale aveva faticato non poco a trovare una propria legittimità scientifica e istituzionale, spesso schiacciata dal peso e dal prestigio della tradizione classica e romana.
La grandezza di Francovich risiede proprio nella reazione a questo isolamento, con la costruzione tenace e paziente di un metodo scientifico inattaccabile, aperto e moderno sul piano teorico e profondamente consapevole della dimensione sociale e politica che la ricerca archeologica deve necessariamente avere per non restare chiusa in una torre d’avorio.
Ha diretto campagne di scavo che hanno fatto la storia della disciplina: da Rocca San Silvestro a Montarrenti, fino a Scarlino. Attraverso il sudore del cantiere, ha elaborato teorie di ampissimo respiro, studiato a fondo il fenomeno dell’incastellamento, indagato la lenta e complessa formazione dei paesaggi rurali medievali e decifrato le trasformazioni insediative dell’Alto Medioevo. Il suo merito assoluto è stato quello di inserire le elaborazioni realizzate in un vasto e serrato confronto europeo che, all’epoca, era tutt’altro che scontato.
Ma è dal 1993, con l’avvio delle prime campagne sistematiche nell’area della Fortezza medicea di Poggibonsi, che la visione di Francovich trova la sua sublimazione.
Le indagini nel sottosuolo hanno restituito le tracce di Poggio Bonizio, un insediamento di rilevante importanza nel panorama della Toscana medievale. Gli archeologi si sono trovati di fronte a un centro, estremamente articolato, con estese strutture abitative, imponenti edifici religiosi, vivaci spazi produttivi e silenziose aree funerarie. È la cronaca materiale di una quasi-città fondata nel 1155, brutalmente distrutta da Firenze nel 1270 e infine inglobata, quasi per cancellarne la memoria, nel perimetro della grande e ambiziosa fortezza voluta da Lorenzo de’ Medici alla fine del Quattrocento.
E qui la storia gioca uno scherzo “meraviglioso” agli archeologi: il progetto laurenziano, rimasto di fatto incompiuto, ha paradossalmente sigillato e preservato nel sottosuolo una stratificazione di eccezionale ricchezza e straordinaria leggibilità. Scavando ancora più a fondo, al di sotto dei resti dell’abitato di Poggio Bonizio (l’originaria Poggibonsi), la terra ha rivelato una sequenza temporale ancora più antica, che affonda le radici tra il V e il VI secolo, in piena epoca tardoantica, per arrivare fino al IX-X secolo.
È su queste inossidabili fondamenta scientifiche che, nel 2014, nasce l’Archeodromo di Poggibonsi. Un progetto che muove da una domanda cruciale, una vera sfida per ogni ricercatore: come rendere accessibile, palpabile e comprensibile a un pubblico di non specialisti (famiglie, bambini, turisti) la complessità di un sito altomedievale, fatto spesso solo di buchi di palo nella nuda terra, senza però tradire mai la qualità e il rigore dei dati scientifici?
La risposta del gruppo di ricerca è stata la ricostruzione in scala reale (1:1). Basandosi sui dati emersi dallo scavo del villaggio del IX-X secolo, sono state riedificate le capanne in legno e paglia, i granai, i forni, utilizzando esclusivamente materiali, strumenti e tecniche di bioedilizia coerenti con le evidenze storiche. Oggi l’Archeodromo di Poggibonsi non è un semplice museo all’aperto, bensì uno dei punti di riferimento assoluti a livello europeo per l’archeologia sperimentale e la valorizzazione del patrimonio; qui gli archeologi comunicano contenuti complessi in modo semplice e lo fanno in abiti del tempo, svolgendo attività artigianali, lavorando e impersonando gli antichi abitanti in un paradosso temporale affascinante. È un luogo in cui la storia si tocca, si annusa, si vive, con un cifra didattica di altissimo valore. Ed è uno lasciti intellettuali che Riccardo Francovich ha trasmesso ai suoi allievi: avere insegnato che il passato non rappresenta una reliquia polverosa, è invece una narrazione viva che appartiene a tutti noi.