di Roberto Barzanti
L’addio che il sindaco di Gaiole Michele Pescini ha dato a Matthew Spender ha avuto accenti di commosso affetto nell’evocare l’apporto che il britannico cosmopolita ha dato ad una terra profondamente amata. Matthew era nato a Londra nel 1945, ma aveva dal ’68 scelto la provincia di Siena come una seconda patria. Difficile definirlo perché Spender, figlio del grande intellettuale Stephen, era scultore e poeta, scrittore raffinato di memorie e studioso di storia. Si era, infatti, laureato a Oxford in storia moderna ma forte in lui si manifestò da subito una tenace propensione alla creatività artistica, certo rafforzata dall’unione con Maro Gorky, figlia del pittore armeno-americano Arshile Gorky. Il suo casolare nel Chianti era punto di riferimento per tante personalità che hanno avvertito il fascino di un ambiente di straordinaria presa. Molti l’hanno conosciuto grazie alle monumentali sculture in creta, le Grandi Madri di ascendenza etrusca, che campeggiavano nella scenografia di “Io ballo da sola”, il film di Bernardo Bertolucci che fu un omaggio formidabile ad una “muraglia di bellezza”. Spender aveva esposto in prestigiose gallerie proponendo uno stile che esaltava rusticità e tensione spirituale.
Per avere un’idea della sua statura basta leggere quanto del figlio scrive nei diari il padre Stephen. In un’intervista del 1993 Matthew fu molto sincero: “Siamo venuti a Siena io e mia moglie Maro – disse – per capriccio stanchi dell’aria scialba e azzurrina di Londra, pensavamo di restarci qualche anno ma abbiamo immediatamente messo radici e le nostre due figlie Saskia e Cosima sono nate qui rafforzando i legami con costumi e tradizioni che abbiamo vissuto con partecipe emozione” . Echeggiando Giorgio Bassani, gli amici avevano ribattezzato la residenza prescelta “il giardino dei finti contadini”.

A chi gli chiedeva perché questa scelta fosse stata così netta Matthew rispondeva che era un modo per evitare la routine della grigia modernità. Si trattò di una fuga, nata da un viaggio in Italia sulle orme di Shelley e di Byron. Durante la sua esistenza l’entusiasta immigrato ebbe la fortuna di incontrare una schiera foltissima di artisti e scrittori. I pittori che più lo influenzarono furono Henry Moore, Francis Bacon e Lucian Freud, ma lui non era un tipo da far pesare la frequentazione di un’intellighenzia di altissimo livello. Gli brillavano gli occhi quando suonava il clarinetto sfilando nella banda di Gaiole con la baldanzosa gioia di un ragazzo. Sotto la data del 26 dicembre 1979 Stephen descrisse un quadro che merita di essere riletto: “Le bambine tutte eccitate. Siamo andati a fare una passeggiata aldilà della valle fino al fianco di una collina coperta di boschi. Siamo arrivati fino alla casa di Teddy Millington-Drake [pittore che divideva il suo tempo fra l’isola di Patmos e il rifugio toscano n.d.r.], trasformata in una sobria dimora colma di oggetti artistici”. E aggiungeva: “Il paesaggio oggi ha un colore marrone scuro quasi dorato ma verdognolo dove si sono macchie di olivi. E sparsi in questo terreno di colline semicircolari campanili, con i loro tetti aguzzi che sovrastano celle campanarie attraverso le quali brilla la campagna retrostante”.
È lo stesso paesaggio fauve che fa da sfondo al film di Bernardo Bertolucci girato nel 1996. La protagonista diciannovenne spicca con passo di danza sulla compagnia di vacanzieri, Liv Tyler, impersonava una giovane che, dopo il lutto per la morte della madre, voleva voltar pagina, iniziare una nuova vita all’insegna di un amore pieno e libero. Insieme a lei dialogavano, in un’agrodolce conversation piece, Jeremy Irons, Jean Marais, Stefania Sandrelli, Carlo Cecchi, presenze tutte che formavano un mondo a sé, venato da brividi di tristezza. Nella festosa serata che chiuse a Geggiano le riprese, Matthew e Maro sembravano a loro pieno agio: quasi si fosse realizzato un sogno in cui l’arte consentiva di lenire ogni dolore. “Aver avuto genitori tanto importanti fu un privilegio non privo di ombre, grazie a loro – confidò con disarmate sincerità Matthew –, Maro ed io abbiamo goduto di un privilegio olimpico, siamo stati all’apice della montagna, conosciamo intimamente tutta la cultura di questo secolo europea e americana, ma per sopravvivere come artisti ci siamo sempre sforzati di tenere distinta la rete delle nostre conoscenze dal nostro lavoro”. Erano d’accordo con Stephen. La cultura è un nutrimento di cui non si deve fare a meno ma di per sé non salva dai mali del mondo. “I nazisti – scandì Stephen in un schietta affermazione – leggevano Rilke e ascoltavano Beethoven e poi andavano a gasare la gente”.
Nel breviario “In Toscana” (2008) scritto da Matthew e illustrato da Maro Cartoline, il Chiantishire rimanda una luminosità idilliaca e divaga in una Toscana scrutata. Con sguardo non affetto da populismo snob. É stato uno dei libri più letti dagli inglesi e dagli americani. “Qualcosa a metà – secondo Stefano Bucci – tra il saggio e il romanzo autobiografico; pagine sempre contrassegnate da un grande affetto per i suoi ‘ospiti’; un libro che ci parla con intelligenza e ironia del Rinascimento, degli Etruschi, del Pontormo, di Michelangelo, di Savonarola, e poi di Giuseppe Verdi, del fascismo, delle leggi razziali, della Dc e del Pci, di Andreotti, della Chiesa”. Per l’affiatata coppia l’Italia non era un paese da cartolina. Ma nel loro buen retiro governato con meticolosa fatica quotidiana aleggiava qualcosa di monastico, di sotteso romanticismo. Sempre dal diario di Stephen, dopo un Natale trascorso nel senese: “La gente che va in campagna per vivere una vita tranquilla in cui seguire le proprie vocazioni, sviluppa una forma di routine (specialmente quelli che hanno famiglia) che l’assorbe e la coinvolge come in città”. A chi pensava quando buttò giù questa disillusa meditazione?